Freccina a sinistra
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L'America Latina in mano alla (nuova) destra

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di: redazione
11/2/2026
L'America Latina in mano alla (nuova) destraL'America Latina in mano alla (nuova) destra

Per oltre vent’anni l’America Latina è stata raccontata come uno dei principali laboratori politici della sinistra globale. Dalla pink tide dei primi anni Duemila alle sue più recenti declinazioni radicali o nazional-populiste, il continente sembrava muoversi lungo un asse riconoscibile. Oggi quello schema appare superato. Le ultime tornate elettorali indicano chiaramente uno spostamento a destra, ma il punto non è il cambio di colore politico in sé. Analisti e osservatori si domandano se ci troviamo davanti a una semplice alternanza nazionale o a un riallineamento regionale capace di influenzare, in modo coordinato, scelte economiche, politiche di sicurezza e posizionamenti internazionali (Foreign Affairs).

Ordine a tutti i costi

Uno degli elementi più rilevanti del nuovo ciclo politico è che la spinta al cambiamento non arriva più da sinistra. Oggi è la destra a proporsi come forza di rottura, decisa a ridisegnare il ruolo dello Stato, il rapporto tra economia e welfare e il confine tra sicurezza e diritti. Non si tratta solo di un cambio di leadership, ma di un mutamento di immaginario politico.

Questa percezione è sostenuta anche dai dati sull’opinione pubblica. Nel 2024 la quota di cittadini latinoamericani che si collocano a destra ha raggiunto il livello più alto da oltre vent’anni, mentre figure come il presidente autoritario di El Salvador Nayib Bukele godono di un consenso regionale che va oltre i confini nazionali (The Japan Times).

La centralità del tema della sicurezza è decisiva. La produzione di cocaina è triplicata nell’ultimo decennio, i cartelli si sono frammentati e l’America Latina è diventata non solo zona di transito ma anche mercato di consumo (El Comercio). Questo ha trasformato Paesi un tempo relativamente stabili in territori di competizione violenta per il controllo di porti, rotte e snodi logistici. In questo contesto, la promessa di “mano dura” smette di apparire eccezionale e diventa politicamente spendibile. Cresce anche la disponibilità ad accettare forme di governo autoritarie se percepite come capaci di ristabilire l’ordine.

Il responso delle urne

È su questo terreno che vanno letti i risultati elettorali degli ultimi due anni. In Argentina, Javier Milei ha rafforzato il proprio mandato con una vittoria decisiva alle legislative di metà mandato del 2025, trasformando una presidenza inizialmente fragile in un progetto politico più strutturato (Bbc). In Bolivia, nello stesso anno, l’elezione di Rodrigo Paz ha chiuso due decenni di governo socialista, segnati prima da crescita legata alle materie prime e poi da una crisi profonda di valuta, energia e finanza pubblica (Nyt). In Honduras, il ritorno al potere della destra con Nasry Asfura ha riportato al centro sicurezza, narcotraffico e migrazioni, insieme a un riallineamento esplicito con Washington (Reuters).

Il caso cileno, collocato alla fine del 2025, merita però un’attenzione particolare. L’elezione di José Antonio Kast non è solo una vittoria elettorale, ma una rottura simbolica. Kast rappresenta la destra più radicale che abbia governato il Cile dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet. Non ha mai preso le distanze dall’eredità del regime militare e, anzi, ne ha spesso rivendicato alcuni aspetti, rompendo un tabù che aveva segnato per decenni la politica cilena. La sua elezione segnala che una parte significativa dell’elettorato non considera più l’autoritarismo del passato come una linea invalicabile, soprattutto in un contesto di insicurezza e disillusione verso la politica tradizionale (The New Yorker). A dimostrazione di ciò anche il largo appoggio al neoeletto presidente sudamericano da parte dei principali rappresentanti della destra europea, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in pole position (Domani).

Nel 2026 in Costa Rica, a lungo considerata un’oasi di stabilità democratica e istituzionale, la vittoria della populista di destra Laura Fernández ha mostrato quanto la pressione del narcotraffico e l’aumento della violenza abbiano inciso anche nei sistemi più solidi. Il Paese è passato da semplice corridoio del traffico di droga a hub logistico, con un aumento rapido degli omicidi e una percezione diffusa di perdita di controllo. Anche qui, la svolta sempre più a destra non nasce da un cambio ideologico astratto, ma da una domanda di sicurezza percepita come urgente (Guardian).

Con la benedizione dei mercati (e di Trump)

Accanto alla sicurezza, pesa il fattore economico. Dopo una lunga fase di crescita debole, molti leader promettono di ridurre il perimetro dello Stato, tagliare la burocrazia e favorire gli investimenti. I mercati finanziari hanno reagito positivamente a questa prospettiva, leggendo l’ascesa della destra come l’inizio di un ciclo più favorevole alle imprese (Bloomberg).

Il cambio di fase riguarda anche la geopolitica. A differenza del passato, l’ascesa di un presidente statunitense fortemente interventista come Donald Trump non ha prodotto una reazione anti-imperialista di sinistra, ma ha rafforzato leader che si dichiarano suoi alleati. Il maxi-salvataggio dell’Argentina, il sostegno implicito a governi improntati al law and order e la pressione per contenere l’influenza cinese - come dimostra la nuova battaglia tra Pechino e Washington per il controllo del canale di Panama (Cnn) - stanno ridefinendo le relazioni tra Washington e l’America Latina. In particolare, l’intervento in Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro hanno mostrato quanto gli Usa siano disposti a mettere sul piatto per riattrarre la regione (e le sue ricchezze) nell’orbita di Washington (Nyt).

Questo non significa che la regione stia diventando politicamente uniforme. Anche i governi di destra mantengono forme di spesa sociale, spesso per necessità più che per convinzione. Ma il filo conduttore è chiaro: cresce l’accettazione dell’idea che sicurezza, crescita e stabilità possano giustificare un arretramento delle garanzie democratiche (Nyt). È su questo terreno - più che sulle singole elezioni - che si sta giocando oggi il vero cambio di fase politico in America Latina.

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