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Brexit 10 anni dopo: la conta dei danni. E se il Regno Unito volesse tornare nell’Ue?

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di: redazione
22/6/2026
Brexit 10 anni dopo: la conta dei danni. E se il Regno Unito volesse tornare nell’Ue?Brexit 10 anni dopo: la conta dei danni. E se il Regno Unito volesse tornare nell’Ue?

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò nelle urne del referendum della Brexit per lasciare l’Unione europea con il 52% dei voti, oltre 17 milioni di elettori, aprendo una frattura che avrebbe richiesto quasi cinque anni per tradursi in uscita effettiva e che continua a definire identità politiche, rapporti economici e percezione internazionale del Paese. Dieci anni dopo, la Brexit non appare più come la promessa di un nuovo slancio nazionale, ma come un processo costoso, divisivo e incompiuto: i sostenitori del “Leave” avevano presentato l’uscita come una possibilità di rilancio autonomo, mentre gli oppositori avevano avvertito dei rischi economici e diplomatici (Ap).

Il bilancio politico è ambiguo. Da un lato, i sondaggi registrano un ripensamento diffuso; dall’altro, la forza politica che più ha costruito il proprio consenso sul divorzio da Bruxelles, Reform UK di Nigel Farage, è oggi in forte ascesa (Le Monde). L’instabilità politica è diventata la cifra del nuovo corso (Il Post): con le dimissioni di Keir Starmer alla vigilia del decennale, il Regno Unito si appresta ad avere il settimo primo ministro diverso dal referendum sulla Brexit a oggi (Reuters).

Come osserva lo storico Timothy Garton Ash sul suo Substack “History of the Present”, il dibattito britannico sul rientro nell’Ue continua spesso a parlare di “Europa” senza considerare davvero che cosa pensano o vogliono gli europei: a Bruxelles, il Regno Unito non è più al centro dell’agenda, se non in materia di difesa e sicurezza, come abbiamo riepilogato già un anno fa sul blog di Good Morning Italia.

Il costo economico della Brexit

Il nodo più concreto resta quello economico. Secondo alcune stime, la Brexit avrebbe frenato la crescita britannica: il Pil pro capite risulterebbe oggi tra il 2,5% e l’8% inferiore allo scenario controfattuale in cui il Paese fosse rimasto nell’Ue. L’effetto non è stato un crollo improvviso, ma un freno graduale e cumulativo su commercio, investimenti e produttività. L’Economist sintetizza lo stesso quadro con una formula più quotidiana: dalla documentazione doganale ai passaporti, dall’export alimentare agli spostamenti con animali domestici, la vita nel Regno Unito post-Brexit è diventata “più difficile” in molti piccoli passaggi.

Il danno si vede soprattutto nel commercio, visto che il mercato unico europeo è quello dove è diretta la metà dell’export di beni britannici. Grazie all’accordo sugli assetti post-Brexit, il Regno Unito continua a scambiare senza dazi con l’Ue per molte merci, ma il nuovo rapporto è gravato da barriere non tariffarie: pratiche doganali, certificazioni di frontiera, regole d’origine e restrizioni sui visti. L’Economist rileva ancora che la quota britannica delle esportazioni globali di beni è scesa del 17% tra il 2019 e oggi, mentre quella dell’Ue è diminuita del 6%nello stesso periodo.

Nel dettaglio, il Centre for European Reform indica che la Brexit ha ridotto gli scambi tra Regno Unito e Ue sia nei beni sia nei servizi: nel complesso, le esportazioni britanniche verso l’Ue sono inferiori del 12% rispetto allo scenario di permanenza, mentre le importazioni dall’Ue sono scese del 16%. Per i soli beni, il calo stimato è del 16% per l’export e del 14 per cento per l’import. Per il think tank, poi, una semplice unione doganale recupererebbe solo una parte limitata delle perdite, perché la quota maggiore dei costi deriva dall’uscita dal mercato unico.

Il riavvicinamento pragmatico con Bruxelles

Il governo britannico ha scelto finora un riavvicinamento pragmatico, non ideologico. Londra e Bruxelles hanno riaperto dossier circoscritti: commercio, difesa, mobilità giovanile, energia. Il Regno Unito rientrerà nel programma Erasmus+ nel 2027, con un contributo di 570 milioni di sterline per l’anno accademico 2027/28 e una stima di oltre 100mila beneficiari britannici nel 2027 (Euronews).

Il rientro in Erasmus viene presentato a Londra come un passo verso relazioni più strette, ma a Bruxelles resta il sospetto di un approccio “a pezzi”: le trattative per la partecipazione britannica al fondo europeo Safe per la difesa si sono fermate per divergenze sul costo dell’adesione, ricorda Euronews. Anche il nuovo vertice Ue-Regno Unito del 22 luglio prossimo a Bruxelles, annunciato come parte del “reset” post-Brexit, è arrivato dopo rinvii legati alle discussioni su uno schema di mobilità giovanile per gli under 30 (Guardian).

Il “Bregret” e le sue ambiguità

Il nuovo clima dell’opinione pubblica è riassunto dal termine “Bregret”, il rimorso per la Brexit. Secondo un sondaggio dello European Council on Foreign Relations, il 66% dei britannici ritiene che l’uscita dall’Ue abbia avuto un impatto negativo sul Regno Unito. Le valutazioni sfavorevoli riguardano il costo della vita, l’economia, le opportunità per i giovani e il contrasto all’immigrazione irregolare. Il 75% degli intervistati dice di volere relazioni più strette con l’Ue, inclusa una quota consistente di elettori oggi vicini a Reform UK.

Ma il “Bregret” non coincide necessariamente con un europeismo lineare. Le Monde+ sottolinea che quasi metà dell’elettorato ritiene che la Brexit avrebbe potuto funzionare se fosse stata gestita meglio, una lettura che consente a Farage di continuare a capitalizzare il malcontento pur essendo stato tra i principali promotori dell’uscita. Anche Repubblica★ nota che il sostegno al rientro nell’Ue scende nettamente se il Regno Unito dovesse rientrare senza i vecchi opt-out, cioè senza i privilegi di cui godeva prima della Brexit.

Tornare nell’Ue: il dibattito politico

La possibilità di un ritorno nell’Ue è rientrata nel dibattito pubblico. Intervenendo sull’Observer, il sindaco di Londra Sadiq Khan sostiene che la Brexit sia costata miliardi al Regno Unito, che il Paese dovrebbe rientrare nell’unione doganale e che dopo le prossime elezioni il ritorno nell’Ue dovrebbe essere messo esplicitamente sulla scheda elettorale. L’argomento di Khan è che il danno economico è ormai visibile e che rimandare il confronto politico significa prolungare una condizione di declino relativo.

Il Financial Times+, invece, parla dei fantasmi della Brexit e riferisce della cautela espressa a Bruxelles: funzionari e diplomatici europei temono che un processo di riammissione possa durare oltre una legislatura, anche per la sfiducia accumulata durante i negoziati della Brexit e per la forza nei sondaggi di Farage.

Perché il ritorno non accadrà presto

Gli ostacoli sono politici e istituzionali. Secondo l’Ft, Bruxelles chiederebbe una prova chiara che il rientro sia espressione dell’intero Paese, e non di una maggioranza temporanea, visto che sia Reform UK sia Conservatori hanno già promesso di stracciare eventuali nuovi accordi con l’Unione. Un nuovo ingresso, poi, richiederebbe contributi di bilancio, la partecipazione nella libera circolazione delle persone e, almeno formalmente, l’impegno ad adottare l’euro al posto della sterlina.

Il think tank Bruegel aggiunge che Londra continua a cercare forme di partecipazione selettiva, in particolare sul mercato unico delle merci, ma l’Ue resta legata all’indivisibilità delle quattro libertà: oltre alle merci, anche servizi, capitali e persone. Timothy Garton Ash parla di una “maratona di persuasione democratica” necessaria su entrambe le sponde della Manica, perché il Regno Unito dovrebbe prima dimostrare di capire l’Ue in cui vorrebbe rientrare.

L’Ue è più forte dopo la Brexit?

La Brexit non ha provocato l’effetto domino temuto nel 2016. Nessun Paese ha seguito il Regno Unito; al contrario, l’esperienza britannica è diventata un avvertimento sui costi dell’uscita. La guerra russa contro l’Ucraina e il mutamento del contesto transatlantico hanno reso più forte la domanda di adesione o avvicinamento all’Ue, mentre il Regno Unito è diventato uno dei molti Paesi interessati a una relazione più stretta con Bruxelles (Guardian).

La Brexit ha anche reso più semplici alcune decisioni europee, soprattutto in materia di difesa e sicurezza, pur lasciando un vuoto nel contributo britannico su economia, regolazione e tecnologia. Dieci anni dopo, quindi, la domanda non è solo se i britannici vogliono tornare nell’Ue. È se l’Ue, cambiata dal “divorzio” britannico e dalle crisi globali che si sono susseguite dal 2019 a oggi, sia disposta a riaprire la porta a un Paese che non può più chiedere di entrare alle condizioni di prima.

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