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Donald Trump sta considerando l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, dopo lo scontro con gli alleati europei sulla guerra con l’Iran. Lo ha dichiarato in un’intervista esclusiva a The Telegraph sollevando nuovi dubbi sull’impegno americano nella difesa collettiva. Trump ha definito l’Alleanza una “paper tiger”, cioè una “tigre di carta”, e ha confermato a Reuters che sta “assolutamente” considerando l’ipotesi (Cnn).
Non è una posizione nuova. Trump contesta la Nato da anni, accusando gli europei di spendere troppo poco per la difesa e di approfittare della protezione americana (Wp). La crisi attuale ha solo riportato al centro una frattura che in realtà è strutturale: per Trump, l’Alleanza è uno scambio squilibrato, in cui gli Stati Uniti danno più di quanto ricevono.
Fondata nel 1949, la Nato si basa sul principio della difesa collettiva sancito dall’articolo 5: un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti. Rappresenta il pilastro della sicurezza euro-atlantica da oltre settant’anni. La motivazione immediata addotta da Trump per il ritiro riguarda il mancato appoggio degli alleati nella crisi con l’Iran. In particolare, il presidente americano si è irritato per il rifiuto di alcuni partner europei di inviare navi nello Stretto di Hormuz o di offrire un sostegno più attivo all’operazione statunitense. Nelle sue dichiarazioni, Trump ha sostenuto che l’America sarebbe sempre stata pronta a intervenire per gli alleati, mentre gli alleati non farebbero lo stesso per Washington. Come ricorda il Guardian, però, l’articolo 5 si applica solo in caso di attacco subito da un membro, non a operazioni militari avviate unilateralmente. Inoltre, l’Alleanza è già intervenuta a sostegno di Washington dopo l’11 settembre, l’unica volta in cui la clausola di difesa collettiva è stata attivata.
Dietro questa polemica c’è una critica più strutturale. Gli Usa restano la principale potenza militare dell’Alleanza e coprono circa il 62% della spesa Nato complessiva. Questa sproporzione è al centro della narrativa trumpiana, che negli anni ha spinto gli europei ad aumentare la spesa per la difesa. Proprio sotto questa pressione, i Paesi membri hanno concordato nel 2025 l’obiettivo di portare gli investimenti per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035 e hanno già iniziato a incrementare la loro spesa militare: nel 2025 tutti i membri dell’Alleanza hanno raggiunto o superato l’obiettivo del 2% del Pil per la spesa militare fissato nel 2014, con alcuni Paesi come Polonia, Lituania e Lettonia che hanno oltrepassato anche l’obiettivo aggiornato del 3,5% (Bloomberg).
Sul piano del diritto internazionale, la procedura per lasciare la Nato esiste: l’articolo 13 del Trattato del Nord Atlantico prevede che ogni Paese possa ritirarsi notificando la propria decisione al governo degli Stati Uniti, con effetto dopo un anno.
Per gli Stati Uniti, però, la questione è più complessa. Una legge approvata dal Congresso nel 2023 e confluita nel National Defense Authorization Act 2024 vieta al presidente di ritirare unilateralmente il Paese dalla Nato senza l’approvazione di due terzi del Senato - numeri che né Trump né altri presidenti ben più popolari di lui possono raggiungere facilmente - o di un atto del Congresso. La misura era stata pensata proprio per impedire una fuga in avanti di Trump ed era stata sostenuta, tra gli altri, anche da Marco Rubio, oggi segretario di Stato nella stessa amministrazione Trump (Reuters).
Resta però una zona grigia. La Costituzione americana disciplina l’ingresso nei trattati, ma non chiarisce in modo esplicito come uscirne. Secondo diversi esperti citati da Time, Trump potrebbe provare ad aggirare il vincolo del Congresso rivendicando i poteri del presidente in materia di politica estera e di comando delle forze armate. In quel caso si aprirebbe probabilmente uno scontro costituzionale tra Casa Bianca e Congresso, con i tribunali chiamati a decidere. Ma l’esito sarebbe incerto, anche perché non è chiaro chi avrebbe titolo per fare ricorso con buone probabilità di successo.
Anche senza un ritiro formale, un presidente americano può incidere profondamente sul funzionamento dell’Alleanza. Secondo The Week, il presidente potrebbe già arrecare danni profondi alla Nato ritirando truppe americane dall’Europa, togliendo ufficiali Usa dalla struttura di comando integrato, limitando la condivisione di intelligence, bloccando consegne di armi o ignorando di fatto una richiesta di assistenza avanzata da un alleato.
È un punto centrale: la Nato non si regge soltanto sul testo del trattato, ma su una combinazione di fiducia politica, pianificazione comune, interoperabilità militare e credibilità della deterrenza. Se il Paese che fornisce la parte decisiva di queste capacità smette di comportarsi come garante affidabile, l’Alleanza si indebolisce anche senza un’uscita formale. Il New York Times lo riassume così: ogni volta che Trump minaccia di abbandonare la Nato, ne svuota un po’ di più la credibilità.
Per gli alleati europei, un’uscita americana dalla Nato o anche solo un suo drastico disimpegno avrebbe conseguenze enormi. Gli Stati Uniti forniscono infatti all’Alleanza il principale ombrello nucleare, una rete capillare di basi e installazioni in Europa, capacità logistiche, intelligence, trasporto strategico e comando militare integrato. Il Guardian sottolinea in particolare il peso del deterrente nucleare americano, nettamente superiore a quello di Francia e Regno Unito, e il ruolo delle basi Usa in Germania e Turchia come perno della postura militare occidentale sul continente. Per questo, secondo The Week, un’uscita americana costringerebbe Europa e Canada ad accelerare drasticamente gli investimenti in difesa e a costruire una maggiore autonomia strategica.
È un processo già in corso, anche per effetto della guerra in Ucraina e delle pressioni americane sulla spesa militare. Ma un conto è rafforzarsi con il supporto degli Stati Uniti, un altro è doverne compensare l’assenza. Una Nato più debole sarebbe inoltre un vantaggio diretto per la Russia. Mosca punta da tempo a dividere Stati Uniti ed Europa, perché una frattura tra le due sponde dell’Atlantico renderebbe più vulnerabili i Paesi dell’Est europeo (The Hill).
Anche il New York Times osserva che per il Cremlino l’uscita americana dall’Europa sarebbe una vittoria strategica di prima grandezza. Non a caso, una parte importante della deterrenza Nato oggi si regge proprio sull’idea che un’aggressione a uno Stato membro implicherebbe automaticamente il coinvolgimento degli Stati Uniti.
Nella narrativa di Trump, uscire dalla Nato significherebbe soprattutto risparmiare. Ma il quadro è più complesso. Gli Stati Uniti perderebbero accesso a basi e infrastrutture fondamentali per operare in Europa, Medio Oriente e Africa, riducendo la propria capacità di proiezione militare. Un disimpegno accelererebbe anche il riposizionamento degli alleati europei, che potrebbero investire di più in sistemi autonomi e ridurre la dipendenza dall’industria militare americana, con effetti anche economici, come fa notare The Week.
In termini geopolitici, infine, un ritiro dalla Nato accelererebbe anche il declino della leadership globale americana. Washington perderebbe peso politico nei confronti degli alleati e, allo stesso tempo, lascerebbe più spazio a rivali come Russia e Cina.

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