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Trump in Cina, Brics in India: la geopolitica si fa in Asia con l’Iran sullo sfondo

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di: redazione
12/5/2026
Trump in Cina, Brics in India: la geopolitica si fa in Asia con l’Iran sullo sfondoTrump in Cina, Brics in India: la geopolitica si fa in Asia con l’Iran sullo sfondo

Dopo aver rimandato la sua visita prevista per inizio aprile a causa della guerra in Medio Oriente, Donald Trump sarà a Pechino dal 13 al 15 maggio per incontrare l’omologo Xi Jinping, nel primo viaggio in Cina di un presidente degli Stati Uniti da quasi un decennio e in un contesto in cui le due maggiori economie del mondo cercano di stabilizzare una relazione instabile che si interseca con temi del commercio, tecnologia, sicurezza e guerra in Iran. Sul tavolo ci sono alcuni dossier su cui una convergenza appare possibile: l’annuncio di forum bilaterali per gestire commercio e investimenti, nuovi acquisti cinesi di aerei Boeing, soia ed energia. Ma accanto ai punti negoziabili ci sono quelli più spinosi: Taiwan, la guerra dei dazi, l’intelligenza artificiale, il controllo degli armamenti e soprattutto l’Iran, che potrebbe dominare l’agenda del vertice (Reuters). Il rischio è che la crisi iraniana assorba spazio politico e diplomatico, riducendo la possibilità di rilevanti passi avanti su tariffe doganali e terre rare, anche perché Pechino ha recentemente ospitato il ministro degli Esteri iraniano e l’ipotesi di una de-escalation viene letta dai mercati come un fattore capace di incidere su energia, imprese e catene globali del valore (Cnbc). Trump, secondo le ricostruzioni americane, potrebbe chiedere a Xi di usare la propria influenza su Teheran, toccando anche i temi delle entrate garantite dall’acquisto di petrolio iraniano e delle esportazioni di armi o componenti dual use diretti verso l’Iran (Bloomberg).

Guerra commerciale e Taiwan, i temi spinosi

La visita di Trump in Cina non può però essere letta senza riferimenti alla guerra commerciale. La nuova fase dello scontro è iniziata dopo il ritorno del tycoon alla Casa Bianca, quando l’amministrazione americana ha colpito la Cina con dazi che hanno innescato una reazione speculare di Pechino. La successiva tregua ha sospeso l’escalation più dura, ma non ha risolto il problema di fondo: gli Stati Uniti vogliono ridurre la dipendenza industriale dalla Cina, mentre Pechino ha bisogno di continuare a esportare per sostenere produzione, occupazione e crescita in una fase di domanda interna debole. La Cina si trova però in una posizione meno fragile rispetto al passato, grazie a esportazioni elevate, nuovi mercati di sbocco e investimenti in robotica e chip domestici (Bbc). 

L’altro punto caldo è Taiwan. La Cina potrebbe chiedere a Washington di rallentare, se non addirittura diluire, le forniture di armi a Taiwan da parte statunitense (Nyt). Ma a preoccupare alleati asiatici ed europei non è solo la posizione di Pechino, che considera l’isola parte del proprio territorio, ma anche la possibilità che Trump, con una formulazione improvvisata, modifichi l’equilibrio linguistico della politica americana: passare dal “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan” a “ci opponiamo all’indipendenza di Taiwan” avrebbe implicazioni strategiche molto rilevanti, nota Politico.

A quali risultati può portare la visita di Trump in Cina?

I leader delle due super-potenze si vedranno con obiettivi diversi, ma presentandosi con vulnerabilità incrociate. Washington cerca risultati immediatamente spendibili sul piano interno: più export agricolo, più vendite per Boeing e strumenti di gestione dei flussi economici e un’immagine di forza negoziale. Pechino, invece, guarda a tariffe doganali, tecnologia e Taiwan come ai tre fronti decisivi per ridurre la pressione americana e proteggere la propria traiettoria industriale. È una relazione in cui le due potenze restano rivali strategiche e partner necessari, legate da catene produttive, mercati, capitali e dipendenze reciproche difficili da sciogliere senza costi enormi, scrive La Stampa. 

Il vertice non serve quindi tanto a ricostruire fiducia quanto a impedire un cortocircuito: una forma di “ostilità stabilizzata”, in cui il successo minimo è evitare che i rapporti peggiorino ulteriormente. Gli scenari più probabili non prevedono un grande accordo economico, ma intese limitate su investimenti, un’estensione della tregua commerciale e qualche annuncio mirato. Un fallimento potrebbe invece arrivare se il dossier Iran dovesse travolgere il resto dell’agenda, anche perché Pechino sostiene la necessità di negoziati ma non sembra intenzionata a risolvere una guerra che considera soprattutto un problema americano (Nyt).

L’incontro in contemporanea tra i Brics

In parallelo alla visita di Trump in Cina, a Nuova Delhi si terrà la riunione dei ministri degli Esteri dei Brics, un appuntamento che rischia di essere letto alla luce dello stesso dossier iraniano. La presenza del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sposterà inevitabilmente l’attenzione sulla guerra in Medio Oriente. Teheran punta a valorizzare il formato Brics come spazio di coordinamento tra economie emergenti in una fase di crescente incertezza geopolitica, mentre l’India ospita la riunione come passaggio preparatorio verso il summit Brics previsto a settembre a Nuova Delhi (India Today).

Ma proprio mentre il dossier iraniano entra anche nell’agenda Brics, Pechino non invierà una rappresentanza di alto livello alla riunione: il ministro degli Esteri Wang Yi resterà in Cina per la visita di Trump e sarà sostituito dall’ambasciatore cinese in India Xu Feihong. L’assenza cinese è rilevante perché mostra come, almeno in questa fase, il confronto diretto con Washington abbia priorità sul coordinamento multilaterale dei Brics, pur dentro un quadro in cui Pechino continua a definire il gruppo come una piattaforma importante per la cooperazione tra mercati emergenti e Paesi in via di sviluppo (The Hindu).

Il ruolo del viaggio asiatico di Bessent 

La visita di Trump in Cina è preceduta e accompagnata dalla diplomazia economica del segretario al Tesoro Scott Bessent, che in Giappone ha incontrato la ministra delle Finanze Satsuki Katayama. Dopo il colloquio, Bessent ha parlato di coordinamento “costante e robusto” tra Stati Uniti e Giappone contro movimenti valutari indesiderati ed eccessivamente volatili, un segnale interpretato come un sostanziale consenso americano agli interventi giapponesi a sostegno dello yen (Reuters). La tappa giapponese di Bessent ha anche un valore strategico più ampio: rassicurare Tokyo sul fatto che Washington non è concentrata solo su Pechino, ma al tempo stesso esercitare pressione su un alleato cruciale mentre il Giappone affronta yen debole, possibile normalizzazione monetaria, costi energetici e relazioni difficili con la Cina (Bloomberg). 

Da Tokyo, Bessent si sposterà poi a Seul, dove vedrà il vicepremier cinese He Lifeng, in una riunione che appare pensata per preparare risultati rapidi da consegnare al vertice Trump-Xi. In questo senso, la visita di Trump in Cina è già cominciata prima dell’arrivo del presidente a Pechino: nei mercati valutari giapponesi, nei colloqui preparatori in Corea del Sud e nella ricerca di una tregua minima tra due potenze che non possono permettersi né una rottura definitiva né una vera riconciliazione (Scmp).

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