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Stretto di Hormuz, perché è cruciale per energia, economia e geopolitica?

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di: redazione
5/3/2026
Stretto di Hormuz, perché è cruciale per energia, economia e geopolitica?Stretto di Hormuz, perché è cruciale per energia, economia e geopolitica?

Le Guardie della Rivoluzione iraniana sostengono di aver preso il pieno controllo dello Stretto di Hormuz, dopo lo scoppio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Teheran ha dichiarato che nessuna nave potrà attraversare il passaggio, mentre il presidente Usa Donald Trump ha promesso di dispiegare la Marina per scortare le petroliere e garantire la continuità dei flussi commerciali (Al Jazeera).

In quei pochi chilometri di mare si concentrano enormi flussi energetici, perciò anche brevi interruzioni del traffico possono avere conseguenze immediate sui prezzi globali di petrolio, gas e beni di consumo. Per questo motivo, la crisi regionale ha già avuto effetti sul traffico marittimo, che è diminuito di circa il 70% dopo la chiusura, con decine di navi ferme nei porti della regione. Anche i mercati finanziari hanno risentito del contraccolpo, registrando crolli importanti (The Conversation).

Cos’è lo Stretto di Hormuz e dove si trova

Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo stretto, che collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e poi con l’Oceano Indiano. Delimitato a nord dall’Iran e a sud da Oman ed Emirati Arabi Uniti, lo stretto è il principale punto di uscita verso l’oceano per i Paesi produttori del Golfo Persico: Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. È largo circa 50 chilometri all’ingresso e appena 33 chilometri nel punto più stretto. Nonostante le dimensioni ridotte, è uno dei passaggi più importanti del commercio energetico mondiale. Ogni mese lo attraversano circa 3.000 navi, tra cui alcune delle petroliere più grandi del mondo. Proprio per questo è considerato uno dei più importanti “choke point” energetici, cioè punti di passaggio obbligati delle rotte commerciali globali.

Perché è così importante per l’energia mondiale

La rilevanza dello stretto è dovuta soprattutto ai volumi di energia che vi transitano ogni giorno. Secondo diverse stime, attraverso questo passaggio passa circa un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare; il 20% del gas naturale liquefatto (gnl); e un terzo del commercio globale di fertilizzanti. Nello specifico, per lo stretto transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Solo l’Arabia Saudita fa transitare nello stretto circa 5,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Per il gas naturale liquefatto la dipendenza è ancora più concentrata: oltre il 90% delle esportazioni di gnl del Qatar passa proprio da questo corridoio (Guardian).

Il ruolo dello stretto nelle tensioni geopolitiche in Medio Oriente

Lo stretto è da decenni anche uno dei principali nodi della geopolitica mediorientale, poiché la posizione strategica lo rende un potenziale strumento di pressione nelle crisi internazionali. Spesso, infatti, non è nemmeno necessario un vero blocco navale per fermare il traffico. Il solo rischio di attacchi è in grado di rallentare il traffico marittimo e indurre assicuratori e compagnie di navigazione a sospendere il passaggio.

Per questo l’Iran si è subito adoperato per bloccare il passaggio delle navi nello stretto dopo essere stato attaccato da Stati Uniti e Israele. E il traffico marittimo è crollato rapidamente dall’inizio del conflitto, proprio perché molte compagnie hanno ritenuto il passaggio troppo rischioso (Npr).

Le conseguenze della chiusura

La chiusura dello stretto ha effetti immediati sui mercati energetici. Gli analisti stimano che un blocco prolungato potrebbe far salire il prezzo del petrolio fino a 100–120 dollari al barile, con conseguenze dirette sui costi di carburanti ed energia. Anche il gas naturale risentirebbe fortemente dello shock. In Europa, il prezzo del gnl potrebbe aumentare fino al 130% in caso di interruzione prolungata delle rotte (Sky TG24).

I rincari energetici si trasmettono poi all’economia reale. Prezzi più alti del petrolio e del gas significano costi più elevati per trasporti, produzione industriale e beni di consumo, con il rischio di una nuova fase di inflazione globale. Secondo alcune simulazioni economiche, un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile potrebbe aggiungere circa 0,8 punti percentuali all’inflazione nelle principali economie mondiali (Bloomberg).

Quali Paesi sono più colpiti dalla chiusura

Le economie più esposte alle conseguenze del blocco dello stretto sono quelle che dipendono maggiormente dalle importazioni di energia dal Golfo Persico. L’Asia sarebbe la regione più colpita da un’interruzione dei flussi energetici. Circa il 25% dell’offerta totale di gas naturale liquefatto per il continente asiatico e il 30% delle importazioni di gnl della Cina transita da questa rotta (Reuters).

Paesi come India, Thailandia, Corea del Sud e Filippine sono particolarmente vulnerabili perché dipendono in larga misura dalle importazioni di energia e hanno una limitata capacità di stoccaggio o di diversificazione delle forniture. Nel caso dell’India, oltre la metà delle importazioni di gnl arriva dal Golfo Persico e circa il 60% del petrolio importato proviene dal Medio Oriente. Una chiusura dello stretto provocherebbe un doppio shock: aumenterebbero contemporaneamente sia il costo del petrolio sia quello del gas. Anche le economie avanzate dell’Asia orientale sono molto esposte. Il Medio Oriente fornisce circa il 75% delle importazioni petrolifere del Giappone e circa il 70% di quelle della Corea del Sud (Cnbc).

L’impatto sull’Italia e sull’Europa

Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz porterebbe a un aumento dei prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento anche in Europa e in Italia, soprattutto dopo la riduzione delle forniture energetiche russe negli ultimi anni. L’Europa è esposta in particolare sul fronte del gas naturale liquefatto: le sue riserve sono già il 35% sotto la media degli ultimi cinque anni, lasciando meno margini per assorbire eventuali shock di offerta. Se il traffico energetico nello stretto venisse interrotto per un periodo prolungato, quindi, i prezzi del gas potrebbero più che raddoppiare nel blocco, con un aumento fino al 130% secondo alcune stime.

Per l’Italia, l’impatto non riguarderebbe solo l’energia ma anche l’agricoltura e la sicurezza alimentare, poiché il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni di fertilizzanti e di mangimi. Una riduzione delle forniture potrebbe far aumentare i costi di produzione agricola e ridurre le rese, con effetti a catena sui prezzi alimentari. Nonostante ciò, il sistema agricolo italiano dispone di basi finanziarie relativamente solide: nel 2025 agli agricoltori italiani sono stati erogati circa 5,6 miliardi di euro di sostegni, una liquidità fondamentale per affrontare l’aumento dei costi causato dall’instabilità dei mercati internazionali (Il Sole 24 Ore).

Esistono alternative allo Stretto di Hormuz?

Negli anni alcuni Paesi produttori del Golfo Persico hanno investito in infrastrutture alternative proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita ha costruito un oleodotto lungo 1.200 chilometri che collega i campi petroliferi del Golfo al Mar Rosso e può trasportare fino a 5 milioni di barili di petrolio al giorno. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato un oleodotto che collega i loro giacimenti al porto di Fujairah, sul Golfo di Oman, con una capacità di almeno 1,5 milioni di barili al giorno. Queste infrastrutture consentono di bypassare in parte lo stretto, ma non sono sufficienti a sostituirlo completamente e possono solo attenuare gli effetti della crisi. Anche utilizzando tutte le rotte alternative disponibili, un blocco totale dello Stretto di Hormuz comporterebbe una riduzione significativa dell’offerta globale di petrolio, stimata tra 8 e 10 milioni di barili al giorno (Bbc).

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