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Spese per la difesa: perché l’Italia fatica a tenere il passo

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di: redazione
18/6/2026
Spese per la difesa: perché l’Italia fatica a tenere il passoSpese per la difesa: perché l’Italia fatica a tenere il passo

La spesa per la difesa è tornata al centro della politica europea. La guerra in Ucraina, il ridimensionamento progressivo dell’impegno statunitense in Europa e le minacce sul fianco orientale dell’Unione hanno spinto le istituzioni comunitarie e i governi a rafforzare gli investimenti militari. L’Italia però è indietro. Nel 2025 ha appena raggiunto la soglia del 2% del Pil indicata come obiettivo per i Paesi Nato. E nel 2026, secondo le stime della Commissione europea, l’Italia sarà l’unico Stato Ue con una spesa militare in calo in rapporto al Pil. Per Roma, infatti, il tema della difesa è complicato e si intreccia con sicurezza, impegni Nato, vincoli di bilancio e una maggioranza di governo divisa su come finanziare il riarmo.

Quanto devono spendere i Paesi Nato?

Entro il 2035, i Paesi dell’Alleanza Atlantica si sono impegnati a destinare almeno il 3,5% del Pil alla difesa in senso stretto. A questa quota si aggiunge un ulteriore 1,5% per spese collegate alla sicurezza, come infrastrutture, cybersicurezza e protezione del territorio. In totale, quindi, la nuova soglia è il 5% del Pil. Un obiettivo molto più ambizioso del vecchio target del 2% del Pil.

Il punto più conteso non riguarda solo quanto spendere, ma come si misura la spesa. Le statistiche Nato includono alcune voci che altre metodologie, come quella Eurostat, non considerano nello stesso modo. Per esempio: pensioni militari, spese sanitarie delle forze armate e costi della guardia costiera. Questo rende i confronti più complessi e apre uno spazio politico rilevante (Pagella Politica).

L’Italia ha davvero raggiunto il 2% del Pil?

Formalmente sì. Nel 2025 l’Italia ha dichiarato di aver raggiunto il 2,01% del Pil in spesa per la difesa, salendo dall’1,52% del 2024. Tuttavia, si tratta di un aumento formale più che sostanziale. Il risultato, infatti, è stato raggiunto soprattutto attraverso un ampliamento delle voci considerate, non con nuovi stanziamenti. Per arrivare al target solo con risorse aggiuntive sarebbero stati necessari circa 12 miliardi di euro. Per arrivare alla soglia del 2%, quindi, sono rientrati nel conteggio anche ambiti ai quali il governo ha attribuito “un focus più militare”, come spazio extra-atmosferico e sinergie con Guardia di Finanza, Capitanerie di porto e Carabinieri.

In particolare è diventato motivo di contesa il nodo pensioni militari: nel 2025 valevano quasi un quinto della spesa italiana per la difesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha criticato questo approccio, sostenendo che le pensioni non dovrebbero essere considerate spesa militare degli alleati Nato. Sono gli stessi documenti della Nato, però, che consentono di includerle nel conteggio. Il tema resta aperto ed è destinato a pesare ancora di più con il nuovo obiettivo del 5% (Sky TG24).

A che punto è l’Italia rispetto agli altri Paesi Ue?

Secondo le previsioni della Commissione europea usando la metodologia Eurostat, nel 2026 la spesa per la difesa dell’Italia passerà dall’1,3% all’1,2% rispetto al Pil. Inoltre, l’Italia risulterebbe essere l’unico Paese dell’Unione europea con la spesa per la difesa in calo. Molti Paesi europei, soprattutto quelli più vicini alla Russia e alla Bielorussia, stanno aumentando gli investimenti. L’Italia, invece, si muove in direzione opposta.

Il confronto con il 2021 è ancora più netto. Rispetto al periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Francia hanno aumentato in modo significativo la quota di Pil destinata alla difesa. L’Italia, invece, sarebbe l’unica grande economia europea per cui la Commissione prevede nel 2026 un livello inferiore rispetto al 2021: meno 14% in rapporto alla dimensione dell’economia.

Qual è la posizione dell’Italia su Safe?

Acronimo di Security Action for Europe, Safe è lo strumento europeo di prestiti agevolati approvato dalla Commissione europea nel marzo del 2025 per finanziare la spesa militare. Fa parte del piano di riarmo europeo e mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro. I prestiti sono finanziati con debito comune europeo, hanno tassi più bassi rispetto a quelli che l’Italia paga sui propri titoli di Stato e scadenze fino a 45 anni.

Entro il 30 novembre, i Paesi interessati dovevano presentare a Bruxelles il loro Piano nazionale di investimento per la difesa. Lo hanno fatto in 19, tra cui l’Italia che aveva chiesto 14,9 miliardi di euro di prestiti. Il 31 maggio è scaduto il termine per firmare l’accordo, anche se non si tratta di una scadenza perentoria. Solo cinque Paesi l’hanno rispettata: Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio. L’Italia, invece, non ha firmato né ha presentato i contratti di fornitura, nonostante il suo piano fosse stato approvato dalla Commissione europea (EuNews).

Perché il governo è diviso su Safe?

Il passaggio dalle opzioni non vincolanti agli impegni concreti ha fatto emergere le divisioni all’interno del governo. Per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la quasi totalità dei programmi che l’Italia pensa di finanziare con questo strumento riguarda contratti già esistenti e in corso di esecuzione. Safe potrebbe servire più a sostituire una fonte di finanziamento con un’altra che ad aprire nuovi capitoli di spesa. Il governo si è anche mostrato riluttante ad aggiungere altri 15 miliardi ai 123 miliardi di debiti che l’Italia già ha con l’Ue (Startmag).

Il problema è politico: le varie correnti del governo non sono d’accordo su come usare i fondi. Da una parte, il ministro della Difesa Guido Crosetto vuole destinarli a nuovi investimenti militari, aggiuntivi rispetto a quelli già programmati. Dall’altra, Giorgetti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono più orientati a usarli per coprire spese già previste o per lasciare margini ad altre priorità, come il sostegno a famiglie e imprese. La difesa è diventata così uno dei punti di maggiore tensione dentro la maggioranza (Il Post).

Dopo che il governo ha deciso di ridurre la dimensione del prestito dai 14,9 miliardi inizialmente opzionati a soli 5 miliardi, Crosetto ha persino minacciato le dimissioni. Il ministro teme che un ricorso parziale a Safe, o un uso dei fondi per coprire spese già previste, finisca per ridurre la capacità reale di investimento del ministero. Inoltre, sospetta che la richiesta di fondi più limitata venga poi compensata da un taglio equivalente al bilancio ordinario del ministero. Per scongiurare una crisi di governo, Giorgetti ha infine promesso un aumento del budget della difesa di circa 7,5 miliardi, pari allo 0,35% del Pil (La Repubblica).

L’incertezza su Safe ha ricadute che vanno oltre la politica e coinvolgono l’industria nazionale della difesa. Senza i fondi, i piani e gli investimenti strategici di grandi aziende, come Leonardo e Fincantieri, rischiano di finire congelati, così come alcuni cantieri già pianificati, con conseguenze che ricadrebbero su filiere e occupazione (La Stampa).

Cosa succede ora?

In Italia, il governo sta preparando un primo disegno di legge sulla Difesa, con minori problemi di copertura, da portare in Consiglio dei ministri. Resta invece più indietro il provvedimento sulla riserva volontaria, che prevede un ampliamento fino a 40mila unità entro il 2033 e circa 200mila complessive nelle forze armate. Crosetto ha collegato direttamente il tema degli investimenti al ricorso a Safe: senza quei prestiti, ha spiegato, l’Italia potrà comunque investire, ma “più tardi”, perché le risorse dovranno arrivare dalla legge di bilancio (Ansa).

In Europa, invece, la Commissione europea sta già valutando una seconda fase del programma prestiti sulla difesa, Safe II, a un anno dall’avvio del primo. L’obiettivo sarà non solo di continuare a finanziare gli investimenti militari, ma anche di valutare il passaggio progressivo dai prestiti alle sovvenzioni. I Paesi del fianco est, infatti, chiedono aiuti diretti perché un nuovo ricorso al debito rischierebbe di pesare troppo sui conti pubblici. Nelle intenzioni, Safe II servirebbe anche a rafforzare l’industria europea della difesa e a integrare meglio il know-how ucraino, soprattutto su droni e sistemi autonomi, e potrebbe diventare un primo passo verso una difesa europea più integrata (EuroNews).

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