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Dopo anni in cui il dibattito ha riguardato soprattutto la presenza online di contenuti illegali o dannosi e di merci pericolose, la regolazione dei social network sta spostando il bersaglio sull’accesso dei minori e sulle caratteristiche che creano dipendenza rendendo difficile abbandonare le piattaforme. Più di venti Paesi al mondo hanno ormai adottato o avviato i lavori preparatori per approvare restrizioni ai social per bambini e adolescenti. L’Unione europea si prepara ora a fare un passo ulteriore, prendendo come riferimento soprattutto il precedente australiano.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato il 16 settembre nell’aula plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo, Ursula von der Leyen ha annunciato un sistema a fasce d’età: niente social sotto i 13 anni; tra 13 e 15 anni soltanto “mini account” creati e supervisionati da genitori o tutori, con funzioni precise e restrizioni di tempo; tra 15 e 18 anni le piattaforme dovranno invece garantire un design sicuro (France24).
Il dettaglio arriverà con il Kids Act: secondo una bozza visionata dall’Afp, saranno vietate per i minori anche funzioni progettate per creare dipendenza, come lo scorrimento infinito, e le violazioni potrebbero costare alle aziende fino al 6% del fatturato annuo. Il piano potrebbe inoltre estendersi a videogiochi e chatbot di intelligenza artificiale, anche se von der Leyen non li ha citati nel discorso. Resta poi il nodo della verifica dell’età: Bruxelles sta già preparando un’apposita applicazione (Reuters), ma associazioni per i diritti digitali e dei consumatori hanno già sollevato dubbi su privacy e protezione dei dati.
Quali Paesi europei hanno avviato il lavoro sulle restrizioni dei social ai minori?
La spinta per una norma comune arriva anche dal rischio di una giungla di regole nazionali. In Francia, il Parlamento aveva approvato a luglio un divieto per gli under 15, ma il Consiglio costituzionale lo ha bocciato il mese dopo per via delle limitazioni alla libertà di espressione, pur riconoscendo “l’esigenza costituzionale di proteggere l’interesse superiore dei bambini” (Le Monde).
Altri Stati membri - tra cui Spagna e Paesi Bassi - si sono uniti al coro chiedendo la fissazione di un’età minima uguale per tutti nell’Ue (Euronews), mentre si moltiplicavano piani nazionali che andavano in varie direzioni, talvolta anche con soglie di età diverse: dalla Grecia alla Slovenia, dalla Danimarca alla Svezia (sotto i 15 anni), fino ai casi più isolati di Portogallo (sotto i 16 anni) e dell’Austria (sotto i 14). Una commissione di esperti in Germania ha proposto restrizioni graduali per età oppure diverse a seconda della piattaforma (France24).
Parecchio distante dal Vecchio continente, è l’Australia il “laboratorio” osservato da tutti. Dal dicembre 2025, gli under 16 non possono avere account su dieci grandi piattaforme online: Facebook, Instagram, Snapchat, Threads, TikTok, X, YouTube, Reddit, Kick e Twitch. Restano fuori, tra gli altri, WhatsApp, YouTube Kids e Google Classroom, e i minori possono continuare a vedere molti contenuti accessibili senza account (Bbc).
La responsabilità non ricade sulle famiglie: bambini e genitori non vengono sanzionati. Sono le piattaforme a dover adottare “misure ragionevoli” per verificare l’età, combinando strumenti che possono includere documenti, riconoscimento facciale o vocale e sistemi che stimano l’età dal comportamento online. Per violazioni gravi o ripetute le multe arrivano a 49,5 milioni di dollari australiani. Meta ha dichiarato di aver bloccato circa 550 mila account nei primi giorni di applicazione.
Il modello, però, non ha ancora dimostrato di essere impermeabile. Oltre l'80% degli adolescenti continua a usare i social media nonostante il divieto, ha rilevato il regolatore Internet del paese, evidenziando il fallimento dei controlli sull'età. La legge era stata introdotta per proteggere la salute dei giovani, ma l'adesione è risultata limitata e molti continuano ad accedere senza restrizioni, ad esempio aprendo account con date di nascita false (Al Jazeera)
Il fronte ormai va ben oltre l’Australia. In Brasile, da marzo, gli account degli under 16 devono essere collegati a quelli dei genitori e le piattaforme devono introdurre controlli sull’età e limitare alcune funzioni che prolungano artificialmente l’uso. La Cina impone dal 2019 restrizioni progressive, poi estese a social e streaming; Indonesia e Malaysia hanno introdotto nel 2026 divieti per gli under 16. La Turchia ha approvato un divieto per gli under 15 destinato a entrare in vigore entro fine anno, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato una misura analoga con applicazione prevista nel 2027.
Altri Paesi sono a un passo da regole simili. Norvegia e Regno Unito lavorano a un “coprifuoco digitale” attorno di 16 anni. Il Canada ha presentato un progetto che fissa il limite a 16 anni e comprende anche alcuni servizi basati su chatbot AI; la Nuova Zelanda ha depositato una legge sul modello australiano per social e “AI companions”. In India diversi Stati valutano restrizioni, mentre il governo discute possibili misure con le piattaforme (Mashable).
Negli Stati Uniti, manca invece uno standard nazionale e diverse leggi statali sono finite davanti ai giudici. La California ha scelto una strada più mirata, vietando alle piattaforme di offrire funzioni che creano dipendenza agli under 16 a partire dall’inizio del 2027 (Newsweek). Ma la novità più dirompente in arrivo da Oltreoceano riguarda l’accordo stragiudiziale da 16,68 miliardi di dollari concluso da Meta con una serie di Stati Usa per chiudere una causa relativa alle caratteristiche dannose per i minori, che andranno adesso regolate meglio su Facebook e Instagram (Cnbc).

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