



Per oltre quattro secoli, milioni di africani furono catturati, venduti e deportati attraverso l'Atlantico per essere ridotti in schiavitù. Tra il XVI e il XIX secolo, circa 12,5 milioni di persone furono imbarcate sulle navi negriere dirette verso le Americhe e quasi due milioni morirono durante la traversata. Il loro lavoro nelle piantagioni di zucchero, cotone, tabacco e caffè contribuì ad arricchire le potenze coloniali europee.
Portogallo e Gran Bretagna furono tra i principali protagonisti della tratta, insieme a Francia, Spagna e Paesi Bassi. Il Brasile, prima colonia portoghese e poi Stato indipendente, fu la principale destinazione degli schiavi africani (Bbc). La schiavitù fu progressivamente abolita nel corso dell'Ottocento, ma le sue conseguenze non si esaurirono con l'emancipazione. Le ricchezze accumulate, le disuguaglianze economiche e le gerarchie razziali costruite durante il colonialismo continuarono a influenzare le società anche dopo l'indipendenza delle colonie (Amnesty International).
Oggi, a distanza di quasi due secoli dalle principali abolizioni, la questione delle riparazioni è tornata al centro del dibattito internazionale. La domanda è se gli Stati e le istituzioni che beneficiarono della schiavitù debbano risarcire le popolazioni che ne subirono le conseguenze.
Il 25 marzo 2026, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi il “più grave crimine contro l'umanità” e chiede forme di giustizia riparativa. Presentato dal Ghana e sostenuto dall'Unione africana e dalla Comunità dei Caraibi (CARICOM), il testo ha ottenuto 123 voti favorevoli, tre contrari - Stati Uniti, Israele e Argentina - e 52 astensioni, tra cui il Regno Unito e tutti gli Stati dell'Unione europea (Guardian). La risoluzione non è giuridicamente vincolante e non impone ai Paesi coinvolti nella tratta di versare risarcimenti. Rappresenta però un importante riconoscimento politico delle responsabilità storiche e della necessità di affrontarne le conseguenze. Il voto arriva dopo anni di mobilitazione dei Paesi africani e caraibici. L'Unione africana aveva già dedicato il 2025 alla giustizia riparativa e indicato il periodo 2026-2035 come decennio delle riparazioni (Iss Africa).
I Paesi che si sono opposti alla risoluzione, o si sono astenuti, hanno contestato soprattutto due aspetti. Il primo è la definizione della tratta come il più grave crimine contro l'umanità, ritenuta una gerarchizzazione delle atrocità storiche. Il secondo riguarda il diritto internazionale: secondo il Regno Unito, non è possibile imporre oggi riparazioni per atti che, quando furono commessi, non erano ancora vietati dalle norme internazionali. Ad agosto, però, il Comitato Onu per l'eliminazione della discriminazione razziale ha adottato una raccomandazione che sposta l'attenzione sugli obblighi attuali degli Stati. Secondo il Comitato, anche senza pronunciarsi sulla qualificazione giuridica dei crimini all'epoca in cui furono commessi, i Paesi aderenti alla Convenzione devono contrastarne le conseguenze discriminatorie ancora presenti. Il Comitato ha quindi chiesto misure riparative che comprendano risarcimenti, accesso agli archivi, revisione della memoria pubblica e commissioni indipendenti per ricostruire la verità storica (Reuters).
A guidare le richieste sono soprattutto i Paesi africani e caraibici. Nel 2013 la Caricom, l'organizzazione che riunisce 15 membri a pieno titolo, tra Stati e territori caraibici, ha istituito una commissione per le riparazioni e l'anno successivo ha adottato un piano in dieci punti, la cui versione aggiornata è stata approvata nel luglio 2026. Le richieste comprendono scuse ufficiali, compensazioni economiche, cancellazione del debito, investimenti in sanità e istruzione, trasferimenti tecnologici e restituzione dei beni culturali sottratti durante il colonialismo (Al Jazeera). La mobilitazione si è intensificata nel corso del 2026, con conferenze internazionali e iniziative per trasformare le richieste in strumenti concreti. A ottobre, una conferenza a Londra ha riunito parlamentari, diplomatici, studiosi e organizzazioni della società civile, promuovendo anche l'avvio di un percorso per una commissione d'inchiesta sulle riparazioni. L'obiettivo è passare dal riconoscimento delle responsabilità alla definizione di meccanismi per affrontarle (New African). Le riparazioni, del resto, non coincidono necessariamente con un trasferimento di denaro. Come spiega la storica Olivette Otele, la giustizia riparativa riguarda anche il riconoscimento delle responsabilità, il coinvolgimento delle comunità discendenti dalle persone schiavizzate e la correzione delle disuguaglianze che persistono nel presente (Guardian).
Resta tuttavia aperta la questione di quanto dovrebbe essere pagato e a chi. Uno studio realizzato nel 2023 dal gruppo di consulenza economica Brattle, nell'ambito di un'iniziativa internazionale promossa anche dal giudice Patrick Robinson, ha stimato tra 100 e 131 mila miliardi di dollari alcune delle principali categorie di danni riconducibili alla schiavitù transatlantica e alle sue conseguenze. Si tratta di cifre controverse, che evidenziano la difficoltà di quantificare danni prodotti nell'arco di secoli e di individuare i beneficiari.
Tra le questioni ancora irrisolte c'è anche la distribuzione delle responsabilità: oltre alle potenze coloniali europee, nella tratta parteciparono commercianti e autorità africane, mentre Paesi come Brasile e Stati Uniti continuarono a sfruttare il lavoro schiavile dopo l'indipendenza. Per i sostenitori delle riparazioni, queste responsabilità diverse non cancellano quelle delle ex potenze coloniali (The Conversation).
Una delle proposte più discusse è la cancellazione o la ristrutturazione del debito dei Paesi più poveri, accompagnata da investimenti in servizi pubblici e sviluppo economico. È una soluzione considerata più praticabile dei trasferimenti diretti di somme enormi, anche se non necessariamente sufficiente a soddisfare le richieste delle comunità interessate (Bbc).
Finora, le principali ex potenze coloniali hanno compiuto soprattutto passi simbolici, senza accettare richieste di risarcimento su larga scala. Nel 2022 i Paesi Bassi hanno presentato scuse ufficiali per il proprio ruolo nella schiavitù e stanziato 200 milioni di euro per iniziative pubbliche e comunitarie dedicate alla memoria della schiavitù e alle sue conseguenze, senza prevedere risarcimenti individuali. La Francia aveva già riconosciuto nel 2001 la schiavitù come crimine contro l'umanità. Nel maggio 2026 il presidente Emmanuel Macron ha aperto alla possibilità di riparazioni, senza indicare impegni economici concreti, concentrandosi soprattutto su memoria, istruzione e ricerca storica (Human Rights Watch).
Più limitate le iniziative di Spagna e Portogallo, nonostante il ruolo centrale avuto da entrambi nella tratta transatlantica. Nel 2024 l'allora presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa si è espresso a favore di riparazioni per i crimini della schiavitù e del colonialismo, proponendo anche la cancellazione del debito delle ex colonie. Il governo ha però respinto l'ipotesi, confermando la propria contrarietà ai risarcimenti anche nel 2026 (Reuters). La Spagna non ha invece presentato scuse ufficiali né avviato programmi nazionali di riparazione per la schiavitù. Nel marzo 2026 re Felipe VI ha riconosciuto gli abusi commessi durante la colonizzazione spagnola delle Americhe, senza arrivare a scuse formali (Reuters).
Il Regno Unito, uno dei principali protagonisti della tratta, si è detto disponibile a discutere eventuali scuse formali, continuando però a escludere risarcimenti finanziari. Il premier Andy Burnham ha sostenuto che i cittadini britannici di oggi non possano essere chiamati a pagare per crimini commessi secoli fa, proponendo invece un dialogo strutturato con i Paesi coinvolti e iniziative per alleggerire il peso del debito delle economie più vulnerabili (Guardian). Il caso britannico presenta un paradosso storico: la legge che nel 1833 avviò l'abolizione della schiavitù nelle colonie stanziò 20 milioni di sterline per indennizzare i proprietari, non le persone liberate. I residui del debito pubblico associato a quelle compensazioni furono estinti soltanto nel 2015. Negli ultimi anni, inoltre, ricerche storiche hanno ricostruito il coinvolgimento nella tratta di famiglie, monarchi, investitori e istituzioni britanniche. Anche il Guardian ha riconosciuto i legami dei propri fondatori con la schiavitù, avviando nel 2023 un programma decennale di giustizia riparativa.
Negli Stati Uniti non esiste invece un programma federale di riparazioni per la schiavitù. Alcune iniziative sono nate a livello locale o presso istituzioni private. La Georgetown University ha sostenuto iniziative a favore dei discendenti delle persone schiavizzate vendute nell'Ottocento dai gesuiti del Maryland per sostenere finanziariamente l'ateneo, mentre Harvard ha stanziato 100 milioni di dollari per affrontare la propria eredità storica legata alla schiavitù. Già nel 2020 il Washington Post aveva ricostruito come le riparazioni stessero avanzando soprattutto attraverso università, amministrazioni locali, chiese e altre istituzioni direttamente coinvolte nello sfruttamento (Washington Post).
La questione delle riparazioni resta dunque aperta. Le ex potenze coloniali riconoscono sempre più spesso le proprie responsabilità storiche, ma resistono alle richieste di compensazioni economiche. Per i Paesi africani e caraibici, invece, le scuse non bastano: le conseguenze della schiavitù non appartengono soltanto al passato, ma continuano a influenzare la distribuzione della ricchezza e delle opportunità nel presente.

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