


Dietro le luci dell’Ariston, i commenti sui social e le immancabili polemiche, l’impatto più pesante, ma meno visibile, del Festival di Sanremo rimane sicuramente quello economico. Secondo l’analisi condotta da EY, l’edizione 2026 genererà 252 milioni di euro, in crescita rispetto ai 245 milioni dell’anno precedente. La ricaduta si distribuisce tra quasi 102 milioni di impatto diretto, 110 milioni di impatto indiretto e circa 40 milioni di indotto. Il contributo all’economia nazionale in termini di Pil è pari a circa 96 milioni di euro e gli occupati attivati superano le 1.300 unità (Agi).
Alza ulteriormente l’asticella il Centro studi di Unimpresa che stima per il Festival di Sanremo 2026 un impatto economico complessivo di 300 milioni di euro, di cui 219 milioni di valore diretto e 81,8 milioni generati lungo le filiere collegate. Il moltiplicatore indicato dalla ricerca è pari a 0,37: questo significa che ogni euro prodotto direttamente dall’evento ne attiva altri 37 centesimi nell’economia allargata. La sola raccolta pubblicitaria Rai varrebbe in tutto più di 103 milioni di euro, con investimenti in crescita dell’8% (Startmag).
Non è in alcun modo trascurabile, poi, l’effetto del Festival sulla città di Sanremo che concretamente si traduce in arrivi, pernottamenti e fatturato per l’economia locale. Per la 76esima edizione, l’impatto sul territorio della cittadina ligure è stimato in oltre 200 milioni di euro, con una crescita del 9,2% rispetto all’anno precedente. La voce più rilevante è quella legata alla copertura mediatica e alla valorizzazione del brand, che da sola sfiora i 150 milioni di euro tra visibilità nazionale e internazionale e aumento del valore della “destinazione” Sanremo.
Sul fronte dei flussi turistici sono attesi circa 7.250 arrivi (+7,3%) per quasi 40 mila pernottamenti (+14,3%), con una permanenza media che sale a 5,5 giorni. Quattro ospiti su cinque soggiornano nel comune, mentre i restanti si distribuiscono nell’area circostante; quasi i due terzi hanno scelto strutture alberghiere. La spesa diretta stimata, consumi di partecipanti, staff e addetti ai lavori, raggiunge i 44 milioni di euro: circa 25 milioni andranno alla filiera turistica e 19 milioni ricadranno sulle imprese locali e sul personale coinvolto nell’organizzazione dell’evento (Il Sole 24 Ore).
Se si guarda ai conti della tv pubblica, il Festival resta una delle produzioni più redditizie dell’intero palinsesto Rai. La raccolta pubblicitaria dell’edizione 2026 potrebbe attestarsi intorno ai 75 milioni di euro, per quanto riguarda il valore diretto ed escludendo la filiera, in crescita rispetto ai 65 milioni dell’anno precedente. I listini sono saliti di circa il 5%: uno spot da 15 secondi in prima serata supera i 150 mila euro, con punte oltre i 300 mila nei momenti di massimo ascolto, mentre le telepromozioni inserite nel cuore della serata possono superare i 2 milioni di euro.
A fronte di ricavi pubblicitari stimati attorno ai 75 milioni, i costi organizzativi, tra produzione televisiva, scenografie, personale, logistica, sicurezza e affitto dell’Ariston, si collocano tra i 20 e i 25 milioni di euro. Il margine lordo per la Rai si aggirerebbe così intorno ai 50 milioni, rendendo il Festival un evento capace non solo di coprire integralmente i propri costi, ma di contribuire in modo significativo al bilancio complessivo dell’azienda (Corriere).
Il valore del Festival di Sanremo 2026 per la televisione pubblica non si limita all’aspetto pubblicitario, ma interessa anche il delicato segmento degli ascolti. E il contesto è quello di una Rai che negli ultimi tre anni ha perso tre punti di share, passando dal 38% al 35,1%, mentre la concorrenza privata ha consolidato le proprie posizioni. In questo scenario, Sanremo rappresenta una leva strategica per riportare pubblico e investimenti su Rai1 (La Stampa).
L’edizione 2025 ha registrato una media di 12.112.000 telespettatori e il 66,76% di share nelle cinque serate, risultando la più vista dal 2007 in termini di media complessiva. Le percentuali più alte si sono registrate tra i giovani, con l’83,87% di share nella fascia 15-24 anni e valori superiori al 70% anche tra i 25-44 anni (Tv Blog). La finale ha raggiunto 13.427.000 spettatori e il 73,1% di share, ma senza superare il dato della finale 2024, che aveva toccato 14.301.000 spettatori e il 74,1% di share (Il Fatto Quotidiano). Numeri che l’edizione 2026 difficilmente riuscirà a replicare visto lo share decisamente più basso, intorno al 58%, della prima serata (Qn).
Guardando invece l’evento dal punto di vista dei cantanti in gara, la partecipazione al Festival non si traduce in un cachet vero e proprio. Ai Big è riconosciuto un rimborso spese stimato intorno ai 75 mila euro, mentre per le Nuove Proposte si parla di circa 25 mila euro: somme destinate a coprire parte dei costi organizzativi sostenuti da artisti e case discografiche. Ma il vero ritorno economico si misura nella cosiddetta “onda lunga” successiva alla manifestazione: incremento degli streaming, maggiore rotazione radiofonica, rilancio del catalogo e rafforzamento del potere contrattuale nei live e nelle partnership commerciali (Il Messaggero).
I dati di mercato confermano questa dinamica. La settimana successiva al Festival registra uno dei picchi annuali di consumo musicale, con un incremento del 154% rispetto al 2020. In un mercato che nel 2025 ha sfiorato i 100 miliardi di stream complessivi, i brani presentati a Sanremo hanno inciso per l’1,8% del totale e il 65,5% è entrato nella Top 100 Singoli dell’anno. Negli ultimi quattro anni il repertorio sanremese è rimasto in classifica in media oltre 18 settimane; tra il 2015 e il 2025 i brani del Festival hanno superato complessivamente 24,5 milioni di copie certificate, con 241 dischi di platino e 48 dischi d’oro. Nel 2025 hanno inoltre rappresentato il 4,6% dei passaggi radiofonici complessivi sulle principali emittenti italiane (Fimi).
Il Festival è infine anche il principale snodo industriale della musica italiana e la composizione del cast riflette gli equilibri di potere del settore. Nelle ultime tre edizioni solo quattro artisti all’anno sono stati presentati da etichette minori o indipendenti, mentre la quota prevalente dei cantanti in gara è riconducibile alle tre grandi major: Warner, Sony e Universal (Italia Oggi). Questo significa che la maggior parte degli investimenti promozionali, delle strategie di lancio e della gestione dei diritti ruota attorno a un numero ristretto di operatori, capaci di presidiare non solo l’Ariston ma anche radio, piattaforme digitali e circuiti live.
Va però considerato che una parte significativa dei principali artisti italiani è contrattualizzata proprio con le major, che dispongono di strutture organizzative, budget di marketing e reti distributive difficilmente replicabili. In questo senso, il Festival tende così a rispecchiare la struttura concentrata dell’industria musicale più che a determinarla. E le etichette indipendenti denunciano uno spazio ridotto e una competizione troppo sbilanciata sui grandi attori della scena (Lumsa News).

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