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Nobel per la Pace, perché l’assegnazione fa sempre discutere?

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Alessia
 
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di: redazione
9/10/2026
Nobel per la Pace, perché l’assegnazione fa sempre discutere?
Nobel per la Pace, perché l’assegnazione fa sempre discutere?

Il Premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato all’85enne giurista sudafricana Navi Pillay, ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale. Tra le prime donne non bianche a esercitare la professione legale nel Sudafrica dell'apartheid, Pillay ha dedicato oltre mezzo secolo alla difesa dei diritti umani, ricoprendo incarichi presso alcuni dei principali tribunali internazionali. La scelta del Comitato norvegese arriva in un momento di crescenti tensioni intorno alla giustizia internazionale e alle sue istituzioni, che la stessa vincitrice ha denunciato nel suo primo intervento dopo l'annuncio (Time).

Il Nobel per la Pace è uno dei premi più prestigiosi al mondo, ma anche tra i più discussi. E anche quest’anno l’assegnazione ha suscitato critiche: Israele ha accusato il Comitato Nobel di strumentalizzare il riconoscimento per legittimare posizioni ostili allo Stato ebraico. Tra il 2021 e il 2025, infatti, Pillay ha presieduto una commissione d'inchiesta dell’Onu che ha concluso che Israele avesse commesso atti di genocidio nella Striscia di Gaza. Israele ha respinto le conclusioni della commissione e ha accusato i membri di essere politicamente motivati. Il Comitato Nobel ha precisato che il riconoscimento non implica una presa di posizione sulla qualificazione come genocidio delle operazioni militari israeliane a Gaza (Bbc).

Come nasce il Premio Nobel per la Pace?

Le origini del premio risalgono al testamento di Alfred Nobel, l'industriale svedese che inventò la dinamite e accumulò una fortuna anche grazie alla produzione di esplosivi e armamenti. Alla sua morte, nel 1896, destinò gran parte del patrimonio alla creazione di riconoscimenti per chi avesse apportato i maggiori benefici all'umanità.

Il Nobel per la Pace, assegnato per la prima volta nel 1901, avrebbe dovuto premiare chi si fosse distinto per la fratellanza tra le nazioni, la riduzione degli eserciti permanenti e la promozione di congressi per la pace. Nel tempo, tuttavia, il concetto di pace si è progressivamente ampliato, includendo la difesa dei diritti umani, la democrazia, l'azione umanitaria e la tutela dell'ambiente.

A differenza degli altri Nobel, consegnati a Stoccolma, quello per la Pace viene assegnato a Oslo. La cerimonia si svolge ogni 10 dicembre, anniversario della morte di Nobel (The Globalist).

Chi decide a chi assegnarlo?

A scegliere il vincitore è un comitato di cinque membri nominati dal Parlamento norvegese, generalmente personalità con un passato politico. Le decisioni devono essere indipendenti dal governo, ma questa composizione ha alimentato nel tempo interrogativi sull'influenza delle considerazioni geopolitiche.

Le candidature possono essere presentate soltanto da soggetti qualificati, come parlamentari, capi di Stato, docenti universitari e precedenti vincitori. Non sono ammesse autocandidature e i nomi dei candidati restano riservati per 50 anni, così come le deliberazioni del comitato. Nel 2026 le candidature registrate sono state 287, tra cui 208 persone e 79 organizzazioni (Al Jazeera).

Il premio non deve necessariamente essere assegnato ogni anno: dalla sua istituzione è rimasto senza vincitori in 19 occasioni, soprattutto durante le due guerre mondiali. In oltre un secolo ha celebrato attivisti, organizzazioni e leader politici, suscitando spesso polemiche per le sue scelte, ma anche per chi è rimasto escluso (The Conversation).

Quali sono stati i casi più controversi?

Uno dei casi più celebri risale al 1973, quando il riconoscimento fu attribuito al segretario di Stato americano Henry Kissinger e al negoziatore nordvietnamita Le Duc Tho per gli accordi di Parigi sul Vietnam. La scelta provocò forti proteste per il coinvolgimento di Kissinger nelle operazioni militari statunitensi nel Sud-est asiatico. Le Duc Tho rifiutò il premio, sostenendo che la pace non fosse stata raggiunta, mentre due membri del comitato si dimisero.

Nel 2009 ha fatto discutere il Nobel a Barack Obama, presidente americano da pochi mesi. Il comitato aveva voluto riconoscerne l'impegno per la diplomazia multilaterale e il disarmo nucleare, ma i successivi interventi militari statunitensi e l'espansione delle operazioni con droni hanno alimentato le critiche. Lo stesso ex direttore dell'Istituto Nobel Geir Lundestad ha espresso in seguito rammarico per quella decisione. Anche il primo ministro etiope Abiy Ahmed, premiato nel 2019 per la riconciliazione con l'Eritrea, ha successivamente guidato le operazioni militari nella regione del Tigray. Un altro caso di riconoscimento “invecchiato male” riguarda Aung San Suu Kyi, premiata nel 1991 per la resistenza non violenta alla dittatura militare in Myanmar, salvo poi essere duramente criticata per il suo comportamento durante le persecuzioni contro la minoranza rohingya.

Anche l’anno scorso l’assegnazione del premio alla leader dell'opposizione venezuelana María Corina Machado ha suscitato contestazioni per il suo sostegno all'uso della forza contro il governo di Nicolás Maduro. Machado ha poi alimentato ulteriormente le controversie, regalando la propria medaglia al presidente degli Stati Uniti Donald Trump (New York Times).

Chi avrebbe meritato il premio senza mai vincerlo?

Il grande assente nella storia del premio è Mahatma Gandhi, simbolo della resistenza non violenta al colonialismo britannico. Il leader indiano fu preso in considerazione dal comitato in cinque occasioni, ma non venne mai premiato. Nel 1948, anno del suo assassinio, il riconoscimento non fu assegnato. Le ragioni dell'esclusione restano dibattute, tra le supposizioni ci sono il rapporto della Norvegia con il Regno Unito, una visione eurocentrica del comitato e le violenze che accompagnarono la partizione dell'India (Reuters).

Si può rifiutare o regalare un Premio Nobel?

Il caso di Le Duc Tho è l'unico rifiuto volontario nella storia del riconoscimento, ma anche Henry Kissinger, che inizialmente accettò il premio senza però partecipare alla cerimonia di Oslo, successivamente tentò, senza successo, di restituirlo. Lo statuto della Fondazione Nobel, infatti, vieta in modo assoluto di revocare, modificare o annullare un premio una volta che è stato ufficialmente assegnato.

Nel 1935 il giornalista pacifista tedesco Carl von Ossietzky ricevette il Nobel mentre era detenuto dal regime nazista, che gli impedì di recarsi a Oslo per partecipare alla cerimonia. Anche il dissidente cinese Liu Xiaobo ha ricevuto il riconoscimento nel 2010 mentre era incarcerato: durante la cerimonia la sua sedia è rimasta simbolicamente vuota (Sky TG24).

Diverso è il destino della medaglia, che può essere ceduta o venduta, a differenza del titolo. Nel 2022 il giornalista russo Dmitry Muratov, Nobel per la Pace nel 2021, ha venduto la propria all'asta per 103,5 milioni di dollari e destinato il ricavato ai bambini ucraini rifugiati (Euronews).

Quanto è politico il Premio Nobel per la Pace?

Più che celebrare i risultati già raggiunti, il Nobel per la Pace è stato usato per incoraggiare processi diplomatici ancora in corso o a dare visibilità internazionale a determinate cause. È il caso del 1993, quando il riconoscimento è stato assegnato congiuntamente a Nelson Mandela e Frederik de Klerk per sostenere la transizione democratica del Sudafrica, non ancora completata. La scelta di premiare entrambi fu discussa: secondo alcuni Mandela avrebbe dovuto ricevere il Nobel da solo, mentre altri ritenevano fondamentale riconoscere il ruolo della sua controparte nei negoziati. 

Spesso il riconoscimento riguarda soprattutto ciò che i premiati rappresentano: nel caso della venezuelana María Corina Machado, ad esempio, è stato premiato il sostegno alla lotta per la democrazia nel Paese. Ma questa dimensione politica alimenta inevitabilmente le contestazioni. Per i più critici, il comitato norvegese ha progressivamente ampliato i criteri originari fino a lasciare troppo spazio alle considerazioni geopolitiche, rischiando di compromettere la credibilità del riconoscimento (The Hill).

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