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Netflix contro Paramount: la partita su Warner Bros Discovery non è solo un’operazione industriale

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di: redazione
23/12/2025
Netflix contro Paramount: la partita su Warner Bros Discovery non è solo un’operazione industrialeNetflix contro Paramount: la partita su Warner Bros Discovery non è solo un’operazione industriale

Il prossimo Natale, i grandi classici cinematografici che siete abituati a guardare durante le feste potrebbero aver fatto un salto di catalogo. Prima di allora, però, la battaglia per l’acquisizione di Warner Bros Discovery si è già trasformata in un caso politico. Quella che, sulla carta, doveva essere un’operazione industriale è diventata un banco di prova per la tenuta delle regole sulla concorrenza, per il ruolo della politica nei grandi “deal” dei media e per il modello di industria dell’intrattenimento che potrebbe emergere dalla prossima fase di consolidamento (Guardian).

Da una parte c’è Netflix, leader globale dello streaming, interessata a incorporare un patrimonio di contenuti e proprietà intellettuali di prim’ordine. Dall’altra Paramount Skydance, gruppo più piccolo ma deciso a una mossa trasformativa, sostenuta da una rete di alleanze finanziarie e politiche. Sullo sfondo, un presidente degli Stati Uniti che ha dichiarato apertamente di voler “essere coinvolto” nel processo decisionale.

Due offerte, due strategie

A inizio dicembre, Netflix ha raggiunto un accordo preliminare da circa 83 miliardi di dollari per acquisire lo studio cinematografico e le piattaforme HBO/Max e Discovery+ di Warner Bros Discovery (Npr). Gli azionisti dovrebbero esprimersi definitivamente la prossima primavera. I canali tv tradizionali, dati in contrazione, resterebbero fuori dall’operazione: tra di loro anche reti note agli italiani come La Nove e Real Time (Fanpage).

Paramount Skydance ha risposto con un’offerta ostile (cioè contro la volontà del consiglio di amministrazione) da circa 108 miliardi per l’intero gruppo, includendo anche l'acquisto di Cnn e delle reti lineari (Reuters). A metà dicembre, il consiglio d’amministrazione di Warner Bros Discovery ha, però, respinto l’offerta di Paramount, giudicandola priva di garanzie finanziarie adeguate (Reuters). 

Paramount ha rilanciato a stretto giro, offrendo una garanzia personale da parte del fondatore e presidente di Oracle, Larry Ellison, tra gli uomini più ricchi al mondo. Già indicato come il principale “backstop” dell’operazione, Ellison, che è il padre di David, l’amministratore delegato di Paramount, ha accettato di fornire una garanzia di 40,4 miliardi di dollari per battere l’offerta concorrente di Netflix (Bloomberg). La mossa mira a rispondere ad alcune perplessità emerse all’interno del consiglio di amministrazione di Warner Bros Discovery dopo che - come ricostruito dal New York Times - Ellison senior aveva inizialmente fatto leva su un trust revocabile, senza fornire garanzie personali.

La differenza tra le due offerte non è solo nel perimetro, ma nella filosofia dell’operazione: Netflix punta su contenuti e proprietà intellettuali, Paramount su un’operazione di scala sull’intero perimetro del gruppo (The Economist).

Le ragioni dei rivali

Netflix non ha bisogno di crescere in termini di abbonati: con oltre 300 milioni di utenti, domina già il mercato globale. Quello che cerca è altro. Come osserva l’Economist, Warner Bros Discovery offre un patrimonio di contenuti “premium” – da HBO a DC, da Game of Thrones al catalogo storico – che Netflix ritiene sottoutilizzato nel modello tradizionale degli studios. L’idea è che questi asset “funzionino meglio” dentro l’ecosistema Netflix, aumentando il tempo di visione e fidelizzazione. Anche perché, nella lettura del gruppo, la concorrenza principale non è più rappresentata da Disney+ o da Paramount, ma da YouTube e dalle piattaforme social, che stanno erodendo attenzione soprattutto tra i più giovani (Financial Times).

Per Paramount, invece, Warner Bros Discovery è una questione di sopravvivenza strategica. Da sola non ha le dimensioni per competere nello streaming globale. Integrando Warner Bros Discovery, diventerebbe un vero secondo polo, riaprendo di fatto le “streaming wars”, le guerre dello streaming. 

La longa manus della Casa Bianca

La partita ha cambiato natura quando Donald Trump ha dichiarato che avrebbe avuto un ruolo nella valutazione del “deal”, rompendo con una prassi consolidata di distanza della Casa Bianca dai procedimenti antitrust. Il presidente ha anche suggerito che la Cnn dovrebbe essere venduta come parte di qualsiasi accordo sul futuro di Warner Bros Discovery, criticando l’attuale gestione del network (Reuters). 

Il legame di Trump con l’operazione si rintraccia guardando a due figure chiave: non solo lo storico alleato Larry Ellison, del cui coinvolgimento abbiamo già detto, ma anche - perlomeno all’inizio - il genero Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, spesso schierato come inviato nei fronti globali di crisi, dal Medio Oriente all’Ucraina. 

Kushner ha giocato un ruolo nell’operazione attraverso il suo fondo di investimento, Affinity Partners: con quota piuttosto minoritaria ha fatto parte della cordata a sostegno della proposta di Paramount, ma si è ritirato appena prima che il cda di Warner Bros respingesse l’offerta di Paramount (Bloomberg). Il coinvolgimento di Kushner è stato rilevante soprattutto per la struttura dei finanziamenti: dal 2021, la sua società di private equity è stata infatti sostenuta in larga parte da capitali esteri, in particolare da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti; Paesi i cui fondi sovrani figurano nell’offerta di Paramount (Guardian). 

Tutto l’universo trumpiano, però, si sta a vario titolo posizionando nella partita per il futuro dell’intrattenimento Usa, a dimostrazione dell’interesse della politica Usa per l’operazione di mercato, ricostruisce il Wall Street Journal+. Preparandosi alla grande battaglia regolatoria all’orizzonte, Netflix ha ingaggiato la società di consulenza di Kellyanne Conway, già responsabile della campagna elettorale del 2016 di Trump e poi consigliera alla Casa Bianca. Ma tanto il gigante dello streaming quanto la rivale Paramount hanno avviato collaborazioni con esponenti repubblicani della prima amministrazione Trump, oppure legati a membri della seconda. 

Non è solo questione di antitrust

Entrambe le operazioni presentano criticità per quanto riguarda la concorrenza sul mercato. Per Netflix, il nodo è la dominanza nello streaming: l’acquisizione di Warner rafforzerebbe ulteriormente il primo player globale e avrebbe anche caratteristiche di integrazione verticale. L’ad di Paramount sostiene che la propria offerta sia più facilmente approvabile perché rispettosa della concorrenza, in quanto creerebbe un nuovo concorrente invece di rafforzare il leader del settore (Cnbc). Ma secondo diversi esperti, anche questa fusione solleverebbe obiezioni rispetto alla concentrazione nel mercato dei media e dell’informazione: due grandi studios, due grandi newsroom (Cbs, di proprietà di Paramount e Cnn, di Warner Bros), pubblicità e diritti sportivi sotto un unico tetto.

Anche se il Dipartimento di Giustizia, attraverso la sua Antitrust Division, resta l’attore principale, non è l’unico. I procuratori generali statali possono intervenire autonomamente, e la California - cuore dell’industria dell’intrattenimento - ha già segnalato che un ulteriore consolidamento nei media non favorisce né consumatori né concorrenza. Inoltre, l’operazione sarà esaminata anche in Europa, dove Netflix rischia un’indagine approfondita per posizione dominante e Paramount per i diritti sportivi e la pubblicità. Un disallineamento tra Usa e Ue - in momenti non certo semplici per la relazione transatlantica - renderebbe il percorso più lungo e incerto, sottolinea il Financial Times.

L’impatto sull’industria culturale

Come osserva The Conversation, qualunque sia il vincitore, il risultato sarà un’industria più concentrata e con meno attori indipendenti. Richard Brody sul New Yorker ricostruisce come Hollywood sia ciclicamente passata di mano, spesso in momenti di crisi, e come la concentrazione abbia storicamente ridotto spazi, occupazione e pluralismo creativo. Il rischio, oggi, secondo diversi osservatori del settore, è che un unico grande acquirente finisca per esercitare una sorta di monopsonio, con meno committenti per sceneggiatori, registi e produttori, e meno competizione per idee e diritti.

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