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L’Europa alla prova della nuova crisi energetica

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di: redazione
27/8/2026
L’Europa alla prova della nuova crisi energetica
L’Europa alla prova della nuova crisi energetica

C’è chi ha tagliato le tasse sui carburanti, chi ha bloccato i prezzi, chi ha limitato i margini dei distributori e chi ha scelto di aiutare soltanto famiglie e imprese più esposte. Di fronte alla crisi energetica provocata dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, l’Europa ha reagito in ordine sparso: a giugno, nei primi cento giorni dall’inizio del conflitto, 23 Paesi dell’Ue avevano approvato oltre 210 misure, impegnando quasi 16 miliardi di euro. Una risposta rapida, ma concentrata soprattutto sul tentativo di rendere meno caro il consumo di petrolio e gas, anziché di ridurne la necessità (Institut Jacques Delors).

È il paradosso della seconda crisi energetica europea in quattro anni. Nel 2022 il continente pagò il prezzo della dipendenza dal gas russo; oggi lo shock deriva dal petrolio, dai prodotti raffinati e dal gas naturale liquefatto che attraversano lo Stretto di Hormuz. L’Ue non teme, almeno per il momento, di rimanere senza energia: ha diversificato i fornitori, aumentato la capacità di importazione di gas liquefatto e conservato scorte strategiche (Commissione europea). Ma continua a importare grandi quantità di combustibili fossili e, con essi, i rincari corrispondenti. Nei primi cinquanta giorni di guerra, secondo la Commissione, lo shock aveva già aggiunto 24 miliardi di euro alla bolletta europea (Reuters). Dopo cento giorni, l’Institut Jacques Delors stimava un costo complessivo di circa 62 miliardi, di cui 46 dovuti alle maggiori importazioni e quasi 16 agli interventi pubblici. Alla fine di luglio, secondo un dato più aggiornato della Commissione, la maggiore spesa per le sole importazioni fossili aveva ormai raggiunto i 62 miliardi.

Paese che vai, intervento che trovi

Come già nel 2022, la prima linea di difesa dell’Ue è stata nazionale. Nei primi cento giorni di crisi, solo Danimarca, Finlandia, Lussemburgo e Malta non avevano ancora varato nuovi interventi di emergenza. Per il resto dei Paesi ci si trova di fronte a un mosaico di riduzioni fiscali, tetti ai prezzi e ai margini, sussidi settoriali e, in misura molto più limitata, investimenti destinati a ridurre il consumo di combustibili fossili (Institut Jacques Delors).

La Spagna ha approvato la risposta più ampia, un piano iniziale da 5 miliardi di euro. Madrid ha ridotto dal 21% al 10% l’Iva su elettricità, gas e carburanti, abbassato le altre imposte elettriche e portato al minimo consentito nell’Ue la tassazione su benzina e diesel, con un risparmio annunciato fino a 30 centesimi al litro. Autotrasportatori, agricoltori, allevatori e pescatori hanno ricevuto aiuti specifici, mentre il prezzo di butano e propano è stato congelato. Alla fine di giugno il governo ha prorogato per altri tre mesi una parte delle misure, riducendo progressivamente lo sconto generale sui carburanti. Resta una clausola automatica che riporta la riduzione a 20 centesimi se l’inflazione annua dei carburanti supera il 15% (Euronews). Madrid ha inoltre avviato la graduale eliminazione dell’imposta sulla produzione elettrica e introdotto incentivi per efficienza, rinnovabili, pannelli solari, pompe di calore e punti di ricarica (El País).

La Germania ha scelto una riduzione di 14 centesimi al litro dell’imposta energetica su benzina e diesel, equivalente a circa 17 centesimi includendo l’Iva, dal costo di 1,6 miliardi di euro. Lo sconto è rimasto in vigore dal 1º maggio al 30 giugno ed è quindi terminato. Berlino ha inoltre consentito alle imprese di versare ai dipendenti un bonus esentasse fino a mille euro e introdotto la cosiddetta “regola di mezzogiorno”, che limita gli aumenti giornalieri dei prezzi alle stazioni di servizio (Reuters).

La Francia, gravata da un deficit elevato, ha escluso sgravi per tutti. Parigi ha preferito aiuti temporanei a pescatori, agricoltori, autotrasportatori, tassisti, piccole imprese e lavoratori con redditi bassi, accompagnati da controlli contro gli aumenti ingiustificati. Il governo ha inoltre chiesto alle raffinerie di aumentare la produzione di diesel e carburante per aerei (Le Monde). Gli interventi sono stati progressivamente ampliati e prorogati fino alla fine di agosto, per un costo annuo stimato tra 1,2 e 1,7 miliardi di euro (Le Monde).

Anche il Portogallo ha adottato un sostegno selettivo: un contributo temporaneo di 10 centesimi al litro sul diesel per agricoltura, pesca, silvicoltura, trasporto pubblico e taxi, valido tra aprile e giugno (Reuters). L’Austria, al contrario, ha ridotto l’imposta sui carburanti e imposto un limite ai margini dei distributori; le misure sono previste fino alla fine del 2026 (Reuters). L’Irlanda ha tagliato le accise su benzina e diesel e introdotto sostegni mirati alle famiglie più vulnerabili e ai settori esposti (Reuters). Il ripristino graduale delle aliquote, che sarebbe dovuto cominciare a settembre, è stato rinviato dopo il nuovo aumento del petrolio (Rte).

Nell’Europa centrale e orientale hanno prevalso i controlli. L’Ungheria ha imposto un prezzo massimo a benzina e diesel per i veicoli immatricolati nel Paese e liberato parte delle riserve statali; il nuovo governo ha poi annunciato la graduale eliminazione del tetto, senza fissare una data definitiva (Reuters). La Romania ha limitato i margini, sottoposto le esportazioni di carburante ad autorizzazione e stanziato aiuti per gli autotrasportatori fino alla fine dell’anno (Reuters). La Slovenia, nel momento più critico, ha temporaneamente limitato gli acquisti giornalieri a 50 litri per gli automobilisti e 200 per imprese e agricoltori, anche per contenere il turismo del carburante dai Paesi confinanti (Reuters). La Grecia, infine, ha prima fissato un tetto ai margini e poi concordato con le raffinerie una riduzione estiva di 10 centesimi sulla benzina e 5 sul diesel, valida fino alla fine di agosto (Reuters).

La risposta di Bruxelles

Ad aprile la Commissione ha riunito la risposta comunitaria nel piano AccelerateEU. L’intervento immediato comprende il coordinamento del riempimento degli stoccaggi di gas e del rilascio delle riserve petrolifere, per evitare che i governi si facciano concorrenza acquistando contemporaneamente sui mercati. Gli Stati dell’Ue hanno contribuito per circa un quinto al rilascio di oltre 400 milioni di barili coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Reuters).

Bruxelles ha inoltre autorizzato buoni energetici, sostegni al reddito e riduzioni delle imposte sull’elettricità, chiedendo però che siano temporanei e rivolti alle famiglie e alle imprese più esposte. Il nuovo quadro sugli aiuti di Stato, il Middle East crisis Temporary State Aid Framework, consente di compensare parte dei maggiori costi di carburanti, fertilizzanti ed elettricità sostenuti da agricoltura, pesca, trasporto e industrie energivore. Resterà in vigore fino al 31 dicembre 2026 (Il Sole 24 Ore).

La Commissione ha inoltre pubblicato linee guida che consentono agli Stati membri di chiedere l’estensione della clausola nazionale di salvaguardia, finora legata alle spese per la difesa, a determinati investimenti per la sicurezza energetica. La flessibilità sarà disponibile dal 2026 al 2028 e dovrà sostenere interventi capaci di rafforzare la resilienza del sistema e ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili (Mf+). A questo si aggiungono il futuro osservatorio europeo sui carburanti e misure di più lungo periodo per rafforzare reti, accumuli, rinnovabili, nucleare ed elettrificazione. L’obiettivo indicativo è portare l’elettricità al 46% dei consumi energetici europei entro il 2040 (Ansa).

Bruxelles ha invece evitato di riproporre, almeno finora, gli interventi più radicali utilizzati durante la crisi del 2022, come un tetto europeo al prezzo del gas o un contributo temporaneo di solidarietà sugli extraprofitti delle imprese dei combustibili fossili. Proprio quest’ultima ipotesi è però tornata nell’agenda politica. Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria hanno chiesto alla presidenza irlandese dell’Ue di discuterne alla riunione dei ministri delle Finanze del 18 e 19 settembre. I sei governi propongono un quadro europeo che consenta di tassare gli utili eccezionali delle compagnie petrolifere, compresi quelli realizzati all’estero dalle multinazionali, e chiedono di verificare se le raffinerie abbiano approfittato della crisi aumentando eccessivamente i margini. Per ora, tuttavia, si tratta di una proposta e non di una misura già approvata (Reuters).

Il costo degli aiuti per tutti

La rapidità della risposta ha attenuato l’impatto immediato sui consumatori, ma ha riproposto i limiti già emersi quattro anni fa. I tagli generalizzati delle accise e dell’Iva sono semplici da applicare e immediatamente visibili, ma costano molto, favoriscono maggiormente chi consuma più energia e indeboliscono l’incentivo a ridurne l’uso. Se il conflitto continua, inoltre, misure nate per durare poche settimane rischiano di essere prorogate ripetutamente e di diventare difficili da eliminare.

Secondo la ricognizione pubblicata a giugno dall’Institut Jacques Delors, soltanto sette Paesi (Croazia, Estonia, Francia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia) hanno inserito nelle loro risposte interventi esplicitamente rivolti all’elettrificazione. Appena il 15% della spesa nazionale per la crisi sarebbe stato destinato a questo obiettivo. Il resto serve soprattutto a compensare gli effetti della dipendenza europea da petrolio e gas, sottolinea l’Institut Jacques Delors.

È questa la sfida, al centro della risposta europea: proteggere famiglie e imprese da uno shock che non possono controllare, senza spendere miliardi per conservare la stessa vulnerabilità che lo ha reso possibile. Gli aiuti mirati possono contenere il costo sociale nel breve periodo; reti, trasporto pubblico, efficienza, rinnovabili ed elettrificazione possono ridurre quello della prossima crisi. Finora, però, i governi hanno investito molto più sulla prima soluzione che sulla seconda.

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