


La Federal Reserve, la Banca centrale degli Stati Uniti, attraversa una delle fasi più delicate degli ultimi anni: da un lato deve decidere come muoversi sui tassi di interesse in un contesto segnato da rischi inflazionistici e incertezza economica, dall’altro si trova esposta a uno scontro politico e istituzionale sempre più diretto con la Casa Bianca. Gli svariati tentativi di Donald Trump di spingere l’attuale presidente dell’istituto, Jerome Powell, ad abbassare i tassi stanno trasformando la banca centrale in un terreno di scontro che vede contrapporsi l’autonomia della Fed a livello di scelte monetarie e le pressioni politiche provenienti dall’amministrazione statunitense. È dentro questo scenario che si inserisce l’iter di conferma della nomina di Kevin Warsh alla guida dell’istituto.
Considerato in grado di imprimere una svolta alla Federal Reserve non solo sul piano della leadership, ma anche su quello del suo rapporto con il potere esecutivo, Warsh si presenta con credenziali solide: studi a Stanford sotto il premio Nobel Milton Friedman, laurea in legge a Harvard, esperienza a Morgan Stanley, poi un ruolo da consigliere economico nell’amministrazione Bush e infine un posto nel board della Fed dal 2006 al 2011. In quegli anni si fece conoscere come un “falco”, convinto che la banca centrale dovesse restare concentrata su una politica monetaria restrittiva e dovesse evitare di allargare troppo il proprio raggio d’azione (Guardian).
Se il suo profilo è quello di un economista tradizionalmente rigoroso, le sue posizioni più recenti mostrano però un’evoluzione significativa. Negli ultimi mesi Warsh ha sostenuto che i tassi d’interesse potrebbero essere abbassati, pur senza rinunciare all’idea di una Fed più disciplinata e più sobria nel suo funzionamento. La sua linea più attuale sembra essere quella di una banca centrale meno invasiva, meno espansiva sul piano degli strumenti straordinari ma più disposta, se le condizioni lo consentono, a ridurre il costo del denaro. È un cambio di tono rilevante per chi in passato aveva criticato politiche troppo accomodanti e che oggi viene letto come un avvicinamento, almeno parziale, all’orientamento della Casa Bianca sui tassi (Cnn). Un eventuale abbassamento dei tassi sarebbe però da far coesistere con le nuove pressioni inflazionistiche in corso negli Usa a causa della guerra con l'Iran (Nyt).
Altro tema centrale è la critica al bilancio della Federal Reserve. Warsh contesta da tempo la crescita enorme del portafoglio di titoli di Stato e titoli garantiti da mutui. A suo giudizio, quella massa di acquisti ha spinto la banca centrale troppo dentro il terreno della politica economica generale, alterando il funzionamento del mercato e rendendo più facile per il governo spendere senza avvertire subito il costo del debito. Ridurre quel bilancio, oggi attestato intorno ai 6600 miliardi di dollari, sarebbe però un passaggio delicato, perché banche e mercati si sono abituati a un sistema abbondante di liquidità. Per questo Kevin Warsh alla guida della Fed significherebbe probabilmente una banca centrale più severa nel disegno istituzionale, ma non per forza più rigida nel breve termine sul livello dei tassi (Ap).
Prima ancora di capire come cambierebbe la Fed sotto Warsh, bisogna però consultare il calendario istituzionale. Il 15 maggio scade il mandato di Jerome Powell come governatore della banca centrale. L'iter di conferma del suo successore dovrebbe essere stato fortemente facilitato dalla recente decisione del Dipartimento di Giustizia Usa di lasciare decadere l'indagine penale nei confronti dell'attuale presidente della Fed (Guardian). L’inchiesta riguardava il progetto di ristrutturazione del quartier generale della Federal Reserve a Washington e si concentrava sulla possibilità che Powell avesse fornito al Congresso informazioni non corrette o incomplete sulla natura dei lavori e sui loro costi (Nyt). A marzo un giudice aveva definito l'azione penale come "priva di prove", bloccando l’indagine (Reuters).
L'archiviazione dell'indagine è collegata strettamente alla conferma della nomina di Warsh in quanto ha modificato immediatamente la posizione del senatore repubblicano Thom Tillis che ora si detto favorevole al via libera al nuovo presidente della Fed (Politico). Tillis possiede un voto numericamente decisivo all'interno della Commissione bancaria del Senato che deve esprimersi sul candidato alla presidenza della Banca centrale statunitense, prima del parere definitivo dell’intera aula: fino all'ultima decisione del DoJ, il rappresentate del Gop aveva apertamente detto di non essere disponibile a votare in favore di Warsh prima della chiusura dell'indagine su Powell (Ft).
L'intera vicenda legata a Powell descrive però bene in una strategia più ampia di pressione sulla Federal Reserve, portata avanti negli scorsi mesi da Trump per ottenere una linea più favorevole a un taglio dei tassi. Powell ha descritto l’azione del Dipartimento di Giustizia come l’ultimo tassello di una campagna più ampia volta a condizionare le decisioni della Fed. In questo quadro, l’inchiesta sulle ristrutturazioni smetteva di apparire come una semplice verifica amministrativa e assumeva il significato di uno strumento di conflitto istituzionale (Nbc News).
Il problema è che una banca centrale percepita come vulnerabile alla pressione politica perde parte della sua credibilità proprio nel momento in cui deve convincere mercati e investitori che le sue scelte rispondono ai dati e non agli interessi di breve termine del governo. Il rischio evocato da diversi economisti è quello di un ritorno a dinamiche simili agli anni Settanta, quando la pressione della politica sulla banca centrale contribuì a lasciar correre l’inflazione. Se le decisioni sui tassi venissero lette come il risultato di una forzatura politica, gli investitori potrebbero reagire chiedendo premi più alti per finanziare il debito americano o cercando altrove beni rifugio. Per questo il destino della nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Fed riguarda anche la tenuta del principio di indipendenza che per decenni ha sorretto la reputazione della banca centrale americana (Guardian).
Ma le pressioni della Casa Bianca non si sono concentrate soltanto su Powell. Un precedente importante riguarda Lisa Cook, membro del board dei governatori della Fed, che Trump aveva provato a rimuovere lo scorso anno invocando presunte irregolarità legate a domande di mutuo, accuse che la donna aveva negato. La vicenda è poi arrivata alla Corte Suprema, dove diversi giudici si sono mostrati scettici rispetto alla possibilità che il presidente possa licenziare un governatore della Fed senza un adeguato contraddittorio e senza una verifica piena dei fatti. Nel dibattito davanti ai giudici è emerso con forza il timore che, se questa strada venisse legittimata, ogni nuova amministrazione potrebbe liberarsi dei membri sgraditi del board. Il caso Cook è quindi un tassello decisivo, perché mostra che il tentativo di incidere sulla Fed non riguarda solo il vertice, ma anche la composizione dell’organo che ne orienta le scelte (Politico).
Dentro questo stesso disegno acquista rilievo anche la figura di Stephen Miran. L’economista era stato scelto da Trump nello scorso settembre per completare il mandato lasciato vacante dalla dimissionaria Adriana Kugler all’interno del board dei governatori della Fed. La sua presenza è importante perché viene associata a una linea molto più aggressiva a favore del taglio dei tassi rispetto a quella prevalente nel board. Nelle riunioni a cui ha partecipato ha votato contro le decisioni della maggioranza, chiedendo riduzioni più ampie o più rapide del costo del denaro.
Il suo profilo rafforza quindi l’idea che l’obiettivo della Casa Bianca non sia solo sostituire Powell con una figura più gradita, ma creare attorno alla futura guida della banca centrale un contesto più favorevole a una svolta monetaria. In questo senso Miran, il cui mandato è scaduto il 31 gennaio ma che rimane comunque all’interno del board in attesa di una nuova nomina, rappresenta l’indizio più chiaro della direzione verso cui Trump vorrebbe spingere la Fed (Cnbc).

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