Freccina a sinistra
Torna alla pagina del blog

Immigrazione, welfare e sicurezza: perché la sinistra europea imita sempre più la destra?

Unire i puntini
Logo Good Morning Italia
di 
 
di: redazione
10/9/2026
Immigrazione, welfare e sicurezza: perché la sinistra europea imita sempre più la destra?
Immigrazione, welfare e sicurezza: perché la sinistra europea imita sempre più la destra?

Domenica 13 settembre si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento in Svezia. Due blocchi si contendono il controllo dell’aula e la formazione del nuovo governo. Da un lato, il premier uscente Ulf Kristersson punta alla riconferma con il suo Partito Moderato, che corre con i Cristiano-democratici e i Liberali, sostenuti dal partito nazionalista di estrema destra Sverigedemokraterna (Democratici Svedesi) di Jimmie Åkesson. Dall’altro, la sfidante Magdalena Andersson dei Socialdemocratici guida un blocco che comprende anche Verdi, Partito della Sinistra e Partito di Centro. 

Si tratta di un banco di prova importante per la sinistra, che aveva un vantaggio molto ampio fino a poche settimane fa, ma che ora sta perdendo terreno: l’ultimo sondaggio Novus assegna il 50,3% ai quattro partiti del centrosinistra e il 47,9% al blocco di destra. Come altri partiti europei in difficoltà davanti all’avanzata della destra, e in alcuni casi dell’estrema destra, anche i Socialdemocratici svedesi hanno rivisto in parte il proprio programma, assottigliando le differenze rispetto agli avversari, nel tentativo di intercettare elettori moderati e conservatori. L’esempio più lampante è l’adozione di una linea più restrittiva sulla politica migratoria (Euractiv). La Svezia non è l’unico Paese in Europa dove la tradizionale divisione tra destra e sinistra si è fatta meno netta, soprattutto sui temi che hanno dominato le ultime campagne elettorali.

I motivi della crisi

La sinistra europea non sta attraversando soltanto una crisi elettorale, sta anche cercando di ridefinire la propria identità in un continente molto diverso da quello in cui socialdemocratici e socialisti erano una delle due grandi famiglie politiche dominanti. All’inizio del nuovo millennio oltre due terzi dei cittadini dell’Unione europea vivevano in Paesi guidati dal centrosinistra. Nel 2016 erano già scesi a un terzo. A maggio 2026, tra i 27 Paesi dell’Ue, si contavano appena tre leader progressisti al governo, e per di più con posizioni pressoché opposte fra di loro su alcuni dossier dirimenti: Pedro Sánchez in Spagna, Mette Frederiksen in Danimarca e Robert Abela a Malta. La crisi parte da lontano: deindustrializzazione e declino della sindacalizzazione hanno ridotto la base operaia su cui si erano costruiti i grandi partiti socialdemocratici del Novecento, mentre il loro elettorato si è frammentato tra Verdi e altre formazioni di sinistra, partiti centristi e destra populista (Economist).

Secondo diversi osservatori, il problema è dovuto anche al fatto che molti socialdemocratici non hanno ancora costruito un nuovo “contratto sociale” capace di rispondere a temi come automazione, intelligenza artificiale, futuro del lavoro e soprattutto costo della vita. Un altro tema è che il tentativo di allargarsi verso il centro ha spesso prodotto programmi difficili da distinguere da quelli del centrodestra. E i risultati si vedono in quasi tutta Europa: in Germania la Spd ha subito pesanti sconfitte regionali; in Francia il Partito socialista, pur mantenendo importanti amministrazioni locali, conta soltanto 65 deputati su 577; in Portogallo i socialisti sono passati dalla maggioranza assoluta al sorpasso del partito di estrema destra Chega come principale forza di opposizione. Anche la Danimarca mostra i rischi del riposizionamento: alle elezioni del 2026 i Socialdemocratici - che pure hanno mantenuto la guida del governo - hanno ottenuto il peggior risultato dal 1903, perdendo parte dell’elettorato operaio verso la destra e parte di quello progressista verso la Sinistra Verde (Politico).

La linea dura sull’immigrazione

L’evoluzione della sinistra europea ha prodotto la rottura più evidente con il passato soprattutto sul tema dell’immigrazione. La Danimarca ha anticipato la svolta nel 2015, quando l’attuale premier Mette Frederiksen (allora neo-leader dei Socialdemocratici) ha abbandonato la tradizionale apertura in materia di immigrazione e fatto proprie politiche restrittive associate fino ad allora alla destra. Frederiksen sostiene che un’immigrazione troppo elevata possa indebolire coesione sociale e welfare e penalizzare soprattutto i danesi più poveri. Sotto la sua guida, Copenaghen ha ristretto i ricongiungimenti familiari, reso temporaneo (anziché permanente) lo status di rifugiato e promosso a livello europeo l’idea di esternalizzare fuori dall’Ue le procedure di asilo e di rimpatrio (Bbc).

Nell’ultimo decennio, quella che all’inizio è apparsa come un’eccezione, è diventata sempre più una norma nella sinistra europea, perlomeno nordica. Anche il Labour britannico ha irrigidito il linguaggio sull’immigrazione e, prima delle elezioni tedesche, l’allora cancelliere Olaf Scholz aveva promesso regole più severe sull’asilo. In Svezia, Magdalena Andersson ha preso esplicitamente le distanze dalla stagione di posizioni “più aperte” verso le politiche migratorie del suo partito: ha definito sbagliato il precedente sistema di asilo, tra i più generosi d’Europa, e ha associato la nuova linea più severa a tutela di lavoro, welfare, sicurezza e repressione delle sparatorie legate alle gang (Euractiv).

Chi va controcorrente

All’estremo opposto c’è la Spagna di Pedro Sánchez: la scorsa primavera, il governo socialista ha scelto di regolarizzare su larga scala i migranti già presenti nel Paese, sostenendo che la misura possa ridurre il lavoro sommerso, aumentare le entrate fiscali e rispondere alla carenza di lavoratori e all’invecchiamento della popolazione. Una ricerca del centro studi Funcas attribuisce all’immigrazione quasi metà della crescita del Pil spagnolo dal 2022. Inoltre, due terzi degli spagnoli ritengono che gli immigrati contribuiscano positivamente al Paese, contro il 53% della media europea (Le Monde).

La distanza tra Madrid e il Nord Europa è ormai diventata una frattura politica dentro la famiglia socialista. Dopo la crisi di Ceuta - con l’afflusso di decine di migliaia di persone in poche ore provenienti dal confinante Marocco -, Frederiksen ha rotto gli argini partitici e si è unita alla presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni nel chiedere maggiore controllo delle frontiere e nel criticare le grandi regolarizzazioni, come quella promossa da Sánchez in Spagna, per il loro potenziale attrattivo. Esponenti socialisti italiani e spagnoli, invece, hanno accusato la premier danese di “solidarietà selettiva” e di aver adottato la narrativa della destra radicale. La nuova sinistra europea sembra quindi muoversi lungo linee nazionali sempre più diverse (Euronews).

La virtù sta nel mezzo?

Tra i nordeuropei, la Finlandia, per ora, sembra aver scelto una posizione intermedia sul tema: riconosce la necessità dell’immigrazione per compensare il declino demografico, ma insiste su integrazione linguistica, rispetto dei contratti collettivi e controllo dei flussi. Negli ultimi anni il Paese ha irrigidito le regole su protezione, welfare e cittadinanza, ma cercando di tenere insieme esigenze economiche e coesione sociale (InfoMigrants). Anche su altri temi, i socialdemocratici finlandesi stanno cercando di ampliare il significato della loro tradizione politica. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina hanno sostenuto l’ingresso nella Nato e maggiori capacità di difesa, senza però presentare sicurezza e welfare come priorità alternative.

La sfida per la sinistra europea è riuscire a trovare un equilibrio tra il vecchio nucleo socialdemocratico, focalizzato su salari, welfare, servizi pubblici e riduzione delle disuguaglianze, e la nuova agenda fatta di sicurezza, immigrazione e cambiamenti demografici. I socialdemocratici finlandesi sembrano aver trovato una chiave per adattare il patrimonio della sinistra nordica a società più anziane, insicure e frammentate. Secondo Miia Järvi, responsabile dello sviluppo politico della Spd finlandese, recuperare gli elettori passati alla destra populista non significa imitarla, ma tornare a offrire risposte credibili su lavoro, salari, sicurezza e servizi pubblici (Ips Journal).

Cos’è Good Morning Italia?

Good Morning Italia è il daily briefing per iniziare la giornata con l’informazione : un concentrato di notizie selezionate da una redazione di giornalisti per non perdere i fatti più importanti e capire il mondo che cambia.
Scopri di più

Pronto a provare il nostro
Briefing?

Il modo più pratico e veloce per rimanere aggiornato su ciò che succede nel mondo.
StellinaStellinaStellinaStellinaStellina
4,6 basato su 205 recensioni