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Il modello Albania può diventare europeo?

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di: redazione
3/8/2026
Il modello Albania può diventare europeo?
Il modello Albania può diventare europeo?

La crisi migratoria di Ceuta, rientrata nel giro di poche ore dopo l’ingresso nell’exclave spagnola di decine di migliaia di persone dal Marocco (Il Post), ha offerto al governo italiano un nuovo argomento per chiedere un’accelerazione sui centri di rimpatrio fuori dall’Unione europea. Roma vuole chiudere le prime intese con Paesi terzi entro la fine del 2026 e rendere operative le strutture nel 2027, possibilmente con finanziamenti europei e una gestione condivisa tra più Stati membri (La Repubblica★).

La proposta gode di un sostegno piuttosto ampio. A giugno, 19 governi europei, guidati da Italia e Danimarca, hanno inviato una lettera ai vertici dell’Ue per chiedere l’avvio immediato di progetti pilota «concreti e replicabili». Tra i firmatari figurano Paesi Bassi, Svezia, Polonia, Ungheria, Belgio, Austria e Grecia, mentre non ha aderito la Spagna, contraria a un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie europee (Avvenire).

La base giuridica è il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, proposto dalla Commissione europea l’11 marzo 2025 e concordato dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio il primo giugno 2026. Il Parlamento europeo lo ha approvato il 17 giugno con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. Perché entri in vigore mancano l’adozione formale del Consiglio e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Ue (Sky TG24). La novità politicamente più discussa è la possibilità per gli Stati membri di istituire i cosiddetti return hub, centri di rimpatrio situati fuori dall’Unione. Il governo italiano li presenta come la conferma europea della strada aperta con il protocollo con l’Albania. Le nuove regole, però, delineano un sistema diverso, almeno in parte, da quello originariamente progettato da Roma.

Che cosa sono i return hub?

I return hub sono strutture situate fuori dall’Ue destinate a persone che non hanno più diritto a restare nel territorio europeo. Potranno essere utilizzate come tappa in attesa del rimpatrio nel Paese d’origine oppure, se lo Stato ospitante accetta di accogliere la persona, come destinazione finale (Euronews).

La novità più significativa è che non sarà necessario alcun legame precedente con il Paese in cui si trova il centro. Una persona espulsa dall’Italia potrebbe quindi essere trasferita in uno Stato africano o asiatico nel quale non ha mai vissuto né transitato, purché esista un accordo con quel governo.

I minori non accompagnati sono esclusi, mentre il regolamento non vieta il trasferimento delle famiglie con figli. Ogni decisione dovrà però essere valutata individualmente e rispettare il principio di non-refoulement: nessuno può essere inviato in un luogo dove rischia persecuzioni, torture o trattamenti inumani.

Gli accordi potranno essere conclusi soltanto con Paesi che rispettino i diritti umani e il diritto internazionale. Resta però da capire chi controllerà concretamente le strutture, quale giurisdizione sarà competente e quanto sarà effettivo l’accesso ad avvocati, giudici e organizzazioni indipendenti (Il Post).

Le differenze rispetto al “modello Albania”

Il progetto originario del governo italiano prevedeva di portare in Albania alcune persone soccorse in mare, esaminare lì le loro richieste d’asilo attraverso procedure accelerate e rimpatriare chi avesse ricevuto un rifiuto.

I return hub europei intervengono invece in una fase successiva: possono accogliere soltanto persone già destinatarie di una decisione di rimpatrio. Il nuovo regolamento, quindi, non offre una base giuridica per trasferire fuori dall’Ue un richiedente asilo prima che la sua domanda sia stata esaminata (L’Espresso).

La distinzione conta anche per il futuro dei centri albanesi. Dopo che i giudici italiani avevano impedito i primi trattenimenti, il governo ha cominciato a trasferire a Gjadër alcune persone già recluse nei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. È questa seconda funzione, più che il disegno iniziale, ad assomigliare al sistema previsto dalle nuove regole europee.

Il regolamento non chiude comunque i contenziosi sul protocollo con Tirana. Restano aperte le questioni relative alla legittimità dei trattenimenti, al diritto di difesa e allo status delle persone che chiedono asilo dopo il trasferimento. Separatamente, i giudici continueranno a verificare il rispetto delle regole europee sulla designazione dei Paesi d’origine sicuri - che costituisce il presupposto per l’applicazione delle procedure accelerate - e sulle procedure accelerate. La possibilità di istituire hub all’estero non rende quindi legale qualsiasi procedura applicata al loro interno (Reuters).

Che altro cambia?

La riforma introduce un Ordine europeo di rimpatrio, una sorta di foglio di via comune che consentirà a uno Stato di riconoscere ed eseguire più facilmente una decisione presa da un altro membro dell’Ue. Il riconoscimento reciproco resterà inizialmente volontario.

Aumentano anche gli obblighi per le persone destinatarie del provvedimento: dovranno fornire i documenti disponibili, presentarsi alle autorità e non ostacolare la partenza. In caso di mancata collaborazione potranno essere ridotti alcuni benefici e, se il diritto nazionale lo prevede, applicate sanzioni.

Il trattenimento amministrativo potrà durare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in determinate circostanze. Dovrà essere disposto sulla base di una valutazione individuale, per esempio in presenza di un rischio di fuga, ma potranno essere adottate misure alternative come l’obbligo di residenza, la presentazione periodica alle autorità, una garanzia economica o il monitoraggio elettronico (Pagella Politica).

Perché l’Ue sposta le frontiere?

I sostenitori della riforma partono dalla bassa percentuale di ordini di espulsione effettivamente eseguiti, dovuta anche al rifiuto di alcuni Paesi d’origine di riconoscere e riammettere i propri cittadini. Un centro esterno, tuttavia, non elimina questo ostacolo: spostare una persona dall’Italia o dalla Germania verso un hub in un altro continente non significa che il suo Paese d’origine accetterà successivamente di riprenderla. Senza intese efficaci sulla riammissione, le strutture rischiano quindi di trasformarsi in luoghi di trattenimento prolungato (Le Monde+).

I return hub sono l’ultimo tassello di una strategia più ampia. Negli ultimi anni l’Ue ha concluso accordi con Tunisia, Mauritania ed Egitto che affiancano finanziamenti e investimenti a una maggiore collaborazione nel controllo delle partenze e delle rotte migratorie (Reuters). Bruxelles utilizza inoltre la politica dei visti e, con le nuove regole sulle preferenze tariffarie, anche i vantaggi commerciali per spingere i governi dei Paesi terzi a cooperare sui rimpatri (Le Monde).

La logica è quella dell’esternalizzazione: affidare a Paesi terzi una parte crescente del controllo delle frontiere europee, fermando le persone prima che arrivino oppure trasferendole fuori dall’Ue dopo un ordine di espulsione.

Che cosa resta vietato?

Il regolamento non consente espulsioni collettive. Ogni provvedimento deve basarsi su un esame individuale, essere motivato e poter essere contestato davanti a un giudice. Rimane inoltre vietato trasferire una persona verso un Paese nel quale corre un rischio concreto o dal quale potrebbe essere successivamente respinta verso un territorio pericoloso.

Il problema è garantire questi diritti in strutture situate fuori dall’Unione e gestite con il coinvolgimento di autorità straniere. Questo può rendere più difficile l’accesso a una tutela legale effettiva, il controllo indipendente delle condizioni di trattenimento e l’individuazione delle responsabilità in caso di abusi. Per questo il Consiglio d’Europa - organizzazione internazionale che riunisce 46 paesi democratici europei e ha come missione quella di promuovere la democrazia e di proteggere i diritti umani e lo stato di diritto in Europa - chiede accordi giuridicamente vincolanti, garanzie applicabili e sistemi di monitoraggio indipendente (Reuters).

Neppure i precedenti sono incoraggianti. Il progetto britannico di trasferire richiedenti asilo in Ruanda è stato bloccato dalla Corte suprema e cancellato dopo ingenti spese. I centri italiani in Albania sono rimasti a lungo quasi vuoti e hanno prodotto pochi rimpatri rispetto ai costi sostenuti (La Repubblica★).

Il regolamento rende ora giuridicamente possibile istituire centri di rimpatrio fuori dall’Ue. Resta da dimostrare che questo nuovo tassello della Fortezza Europa sia anche efficace e sostenibile e che, nella pratica, riesca a rispettare i diritti che sulla carta continuano a essere invalicabili.

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