


Per la prima volta la Coppa del Mondo sarà ospitata da tre Paesi, Stati Uniti, Canada e Messico con l’obiettivo di trasformare Nord e Centro America in un’unica grande piattaforma sportiva. Ma dietro l’immagine di cooperazione, il torneo inizia dopo mesi di rapporti difficili tra i tre co-organizzatori: le tensioni commerciali e i dazi imposti da Washington, l’immigrazione e il narcotraffico hanno riaperto fratture politiche tra gli Stati Uniti e i due vicini. Il Canada ha reagito alle pressioni americane anche sul piano simbolico e commerciale, mentre il Messico è stato spesso descritto da Washington come il punto debole della sicurezza continentale; in aggiunta, la revisione dell’accordo commerciale nordamericano rende il Mondiale anche un test diplomatico, non solo logistico (Bbc).
Per il Messico, la sfida poi è doppia. Il Paese ospiterà solo 13 partite, distribuite tra Città del Messico, Monterrey e Guadalajara, ma sarà osservato con un’attenzione sproporzionata rispetto al numero di match. Guadalajara, capitale del Jalisco, vuole presentarsi come centro di tecnologia, investimenti e innovazione, ma lo Stato è sede del cartello Jalisco New Generation, e a febbraio una protesta violenta seguita a un’operazione governativa ha paralizzato parti della città con camion incendiati. La sicurezza messicana prevede circa 100 mila tra soldati, poliziotti e guardie private, oltre a sorveglianza tecnologica e cordoni attorno a stadi e fan zone. Il principale rischio politico non è necessariamente un attacco, ma che un qualsiasi incidente, da una protesta a un blocco dei trasporti, venga usato per sostenere la tesi che il Messico non controlli il proprio territorio (The Economist).
Le tensioni geopolitiche ai Mondiali di calcio non sono una novità. Dal 1930, quando il torneo nacque tra due guerre mondiali, la Coppa del Mondo è stata spesso il luogo in cui rivalità nazionali, memorie coloniali e antagonismi regionali sono entrati nello stadio insieme alle squadre. L’edizione 2026 aggiunge però un elemento eccezionale: una nazionale, l’Iran, partecipa a un torneo ospitato anche dal Paese con cui è in guerra. L’ipotesi di un incrocio tra Stati Uniti e Iran nella fase a eliminazione diretta resta statisticamente improbabile, ma il solo fatto che sia possibile basta a mostrare quanto il torneo sia politicamente sovraccarico (Bloomberg).
La gestione della delegazione iraniana ha trasformato un problema diplomatico in una questione operativa. L’Iran avrà partite negli Stati Uniti, ma il suo campo base è stato spostato in Messico dopo che Washington non voleva che la squadra pernottasse sul territorio americano; secondo le condizioni descritte, la nazionale dovrebbe entrare negli Stati Uniti il giorno della partita e uscirne lo stesso giorno, con un ciclo di voli, dogana, gara e rientro potenzialmente estenuante (Axios). I giocatori, gli allenatori e i familiari più stretti sono formalmente esentati dalle restrizioni, ma a membri dello staff e dirigenti federali è stato negato il visto, anche per presunti legami con i Guardiani della Rivoluzione, mentre i tifosi iraniani residenti fuori dagli Stati Uniti non potranno assistere alle partite americane, essendo stato imposto un blocco alla vendita dei biglietti (Al Jazeera). All’arrivo a Tijuana, il ct iraniano ha denunciato il ritardo nei visti e la squadra è sbarcata in Messico sotto stretta sorveglianza, con la Guardia nazionale messicana presente in aeroporto e pochi tifosi tenuti a distanza (Guardian).
Il caso russo mostra invece come le tensioni geopolitiche e internazionali possano portare anche all’esclusione totale dai tornei sportivi. Dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, Fifa e Uefa hanno sospeso club e nazionali russe dalle competizioni internazionali, impedendo alla Russia di partecipare ai playoff del Mondiale in Qatar. La sospensione è stata confermata anche per la stagione 2026/27, con la nazionale russa ormai relegata alle amichevoli e con un isolamento che, secondo commentatori sportivi russi, sta anche contribuendo al declino del calcio nazionale (Euronews).
La gestione del caso di Israele è stata invece diversa. Di fronte alle richieste di sospensione legate alla guerra a Gaza, gli Stati Uniti hanno chiarito che si sarebbero opposti a ogni tentativo di escludere la nazionale israeliana dal Mondiale. La posizione americana è arrivata mentre esperti delle Nazioni Unite chiedevano a Fifa e Uefa una sospensione e mentre alcuni governi europei evocavano la possibilità di boicottare il torneo in caso di qualificazione israeliana (Anadolu Ajansi).
Alla fine, però, Israele è rimasta fuori dal Mondiale 2026 attraverso i risultati sul campo. La sconfitta per 3-0 contro l’Italia a Udine ha spento le speranze di qualificazione, in una partita classificata ad altissimo rischio, giocata tra proteste pro-palestinesi, una forte presenza di polizia, elicotteri, droni, cecchini sui tetti e meno di 10 mila biglietti venduti in uno stadio da 25 mila posti (Times of Israel).
Il Mondiale nordamericano sarà anche un banco di prova per le politiche migratorie statunitensi. L’amministrazione Trump ha introdotto divieti o restrizioni d’ingresso che riguardano cittadini di 39 Paesi e ha sospeso il trattamento dei visti d’immigrazione per 75 Paesi; atleti, allenatori e staff sono in parte esentati, ma il Dipartimento di Stato ha chiarito che l’esenzione riguarda solo un gruppo ristretto di viaggiatori. Per i tifosi, i giornalisti, gli sponsor e gli spettatori stranieri provenienti da Paesi sottoposti a restrizioni, il Mondiale rischia quindi di essere un evento visto da lontano. Quattro nazionali qualificate rientrano nelle liste del travel ban: Haiti e Iran con divieti pieni, Costa d’Avorio e Senegal con restrizioni parziali (Council on Foreign Relations).
Il malcontento però è già visibile. Tifosi di diversi Paesi hanno denunciato costi elevati, appuntamenti consolari mancati o impossibili e procedure opache. Il caso di Abdulla Adnan, tifoso iracheno che aveva comprato biglietti per le partite della sua nazionale negli Stati Uniti ma ha dovuto rinunciare dopo non essere riuscito a ottenere un visto, riassume il problema: l’Iraq non è nella lista del travel ban, ma la sospensione dei servizi consolari americani nel Paese dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha reso impossibile completare la procedura in patria. Altri tifosi, soprattutto africani, parlano poi di discriminazione di fatto: non esistono Paesi africani nel programma Esta, il visto turistico consigliato costa 185 dollari e richiede un colloquio in presenza, mentre le percentuali di rifiuto per alcune nazionalità qualificate superano il 40 per cento (Bbc).
La sicurezza sarà l’altro grande tema del torneo. Con 48 nazionali, 104 partite e 16 città tra Stati Uniti, Messico e Canada, il Mondiale 2026 viene descritto come una sfida senza precedenti: negli Stati Uniti, dove si giocheranno 78 partite, la macchina di sicurezza coinvolge agenzie federali, polizie locali, soggetti privati, sistemi anti-drone, cani robot per l’ispezione delle borse, camion con scanner a raggi X e migliaia di telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale. Il torneo ha un livello di protezione federale paragonabile al Super Bowl, subito sotto eventi come un’inaugurazione presidenziale, e l’agenzia governativa che si occupa delle emergenze (Fema) ha distribuito 625 milioni di dollari alle 11 città ospitanti americane, con altri 250 milioni destinati al tracciamento e alla neutralizzazione dei droni sospetti (Ap).
Le misure di frontiera mostrano però quanto sia sottile il confine tra sicurezza e pressione politica. L’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato fermato per sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago, interrogato e sottoposto al controllo del telefono prima di essere ammesso negli Stati Uniti; un fotografo della delegazione irachena è stato invece respinto, mentre l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan sarebbe stato rimandato in Turchia senza una spiegazione ufficiale (Gazzetta).
Il Mondiale 2026 nasce così come il più grande evento calcistico mai organizzato, ma anche come una prova generale della politica internazionale contemporanea: frontiere selettive, guerre aperte, esclusioni sportive, rivalità tra alleati e sicurezza permanente. Mai come in questa edizione, l’intreccio tra geopolitica e calcio non rimane ai margini del torneo, ma ne rappresenta una delle condizioni di partenza.

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