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Fiscal drag, cos’è la tassa invisibile che può tornare a pesare su stipendi e pensioni

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Enrico
 
Forzinetti
di: redazione
13/10/2026
Fiscal drag, cos’è la tassa invisibile che può tornare a pesare su stipendi e pensioni
Fiscal drag, cos’è la tassa invisibile che può tornare a pesare su stipendi e pensioni

L’aumento dello stipendio non significa necessariamente avere più soldi da spendere. Se i prezzi crescono, una retribuzione più alta può servire soltanto a mantenere invariato il proprio potere d’acquisto. Ma c’è un altro fattore che può ridurre ulteriormente il beneficio degli aumenti salariali: il cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale. È un meccanismo che permette allo Stato di incassare maggiori imposte senza modificare formalmente le aliquote e che, con la ripresa dell’inflazione, rischia di tornare a pesare sulle tasche degli italiani.

Che cos’è il fiscal drag e perché fa aumentare le tasse?

Il fiscal drag è una conseguenza dei sistemi fiscali progressivi, come quello italiano, nei quali la percentuale di reddito destinata alle imposte cresce all’aumentare dei ricavi. Il problema nasce quando stipendi e pensioni vengono rivalutati per compensare l’inflazione, mentre gli scaglioni dell’Irpef e le detrazioni fiscali non vengono adeguati allo stesso ritmo. In questo caso il contribuente può ritrovarsi a pagare più tasse, pur non essendo diventato realmente più ricco.

Il fenomeno viene spesso definito una «tassa invisibile» perché non richiede l’introduzione di nuove imposte. Non è nemmeno necessario passare a uno scaglione superiore: il maggiore prelievo può derivare dalla progressività dell’Irpef e dalla riduzione delle detrazioni riconosciute a chi percepisce determinati redditi. In pratica, una parte degli aumenti ottenuti per recuperare il caro vita viene assorbita dal Fisco (Panorama).

Quanto potrebbe costare il fiscal drag nel 2026 e nel 2027?

A riportare il tema al centro del dibattito sono le recenti previsioni sull'inflazione pubblicate dalla Banca d'Italia, secondo cui i prezzi dovrebbero crescere del 3,1% nel 2026 e del 2% nel 2027, con un aumento cumulato del 5,2% nel biennio.

Partendo da queste stime, gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo hanno aggiornato le loro simulazioni sul drenaggio fiscale. Nello scenario centrale, il maggiore prelievo potrebbe raggiungere 8,11 miliardi di euro nel biennio 2026-2027, di cui 5,76 miliardi a carico dei lavoratori dipendenti e 2,35 miliardi dei pensionati. Con un'inflazione cumulata del 6% salirebbe a 9,35 miliardi, mentre nello scenario più severo, con una crescita dei prezzi dell'8,2%, arriverebbe a 12,74 miliardi (Sky TG24). Un'altra stima fatta dal ministero dell'Economia nell'arco temporale 2026-2029 parla di un fiscal drag superiore ai 35 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore).

Per capire l'impatto sui singoli contribuenti, il Corriere della Sera ha simulato il caso di un lavoratore con un reddito imponibile di 30 mila euro, aumentato quanto basta per recuperare integralmente l'inflazione. Il fiscal drag ammonterebbe a 254 euro nel 2026 e a 424 euro nel 2027, per un totale di 678 euro nel biennio. Per un reddito iniziale di 35 mila euro, invece, il maggiore prelievo raggiungerebbe complessivamente 1.138 euro, soprattutto per effetto della progressiva riduzione di alcune detrazioni.

Quanto è costato il fiscal drag negli ultimi anni?

Il fenomeno aveva già assunto dimensioni rilevanti durante la fiammata inflazionistica del 2022-2023. Secondo l'Osservatorio conti pubblici italiani, tra il 2019 e il 2023 il maggiore prelievo fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati è stato di circa 12,2 miliardi di euro. Una stima, però, sulla quale non c’è un parere unanime: utilizzando un diverso metodo di calcolo ed estendendo la platea a tutti i contribuenti, la cifra salirebbe a circa 25 miliardi di euro. Su quest'ultima valutazione concordano anche Leonardi e Rizzo.

I due economisti hanno inoltre analizzato in che misura le maggiori imposte pagate a causa del drenaggio fiscale siano state compensate dagli sgravi fiscali successivi. Come spiegano su lavoce.info, i diversi interventi del governo hanno effettivamente compensato il fiscal drag (conclusione a cui si arriva anche con i conti dell’Osservatorio Cpi), ma non tutti i contribuenti ne hanno beneficiato allo stesso modo.

Gli sgravi fiscali hanno più che compensato le perdite per i redditi inferiori a 35 mila euro annui, mentre una parte del ceto medio, soprattutto nella fascia tra 35 mila e 45 mila euro, ha continuato a subire un aumento della pressione fiscale legato all'inflazione. In altre parole, il maggiore gettito è stato restituito attraverso le riduzioni fiscali, ma non necessariamente alle stesse persone che avevano pagato di più.

Come si potrebbe eliminare il fiscal drag?

La soluzione più diretta sarebbe adeguare automaticamente all'inflazione gli scaglioni dell'Irpef e le detrazioni fiscali. In questo modo, gli aumenti di stipendio destinati soltanto a compensare il caro vita non provocherebbero un incremento del peso delle imposte. È un sistema che in Italia non è mai esistito e non è nemmeno previsto dagli interventi fiscali attualmente in discussione per la prossima legge di bilancio (Il Foglio).

Il governo sta infatti valutando una misura più circoscritta: estendere l'aliquota Irpef del 33% fino a 60 mila euro di reddito, rispetto all'attuale limite di 50 mila. Un intervento che permetterebbe di ridurre le tasse per una parte del ceto medio, ma senza eliminare il meccanismo che genera ogni anno il drenaggio fiscale. Inoltre, lo sgravio si concentrerebbe sui redditi medio-alti, mentre il fiscal drag interessa una platea molto più ampia di contribuenti.

Un adeguamento generalizzato delle soglie fiscali avrebbe però un costo più alto per le finanze pubbliche. Lo Stato dovrebbe infatti rinunciare a una parte delle entrate che oggi incassa automaticamente quando l'inflazione fa aumentare i redditi nominali.

Come viene affrontato il fiscal drag negli altri Paesi?

In diversi Paesi esiste invece un meccanismo che adegua automaticamente gli scaglioni fiscali all'inflazione. Negli Stati Uniti, per esempio, l'Internal Revenue Service (l’analogo della nostra Agenzia delle Entrate) aggiorna ogni anno gli scaglioni dell'imposta federale sul reddito, proprio per evitare che gli aumenti nominali delle retribuzioni provochino un incremento automatico della tassazione. Nel 2027 le soglie potrebbero essere rivalutate del 3,2%, dopo un adeguamento del 2,7% nel 2026. Per un contribuente single, la soglia massima dello scaglione tassato al 12% passerebbe in questo scenario da 50.400 a 52.025 dollari (Cbs).

Anche in Francia esiste un meccanismo analogo. Durante la discussione della legge di Bilancio 2026, il governo aveva valutato il congelamento degli scaglioni fiscali, che avrebbe garantito 1,9 miliardi di euro di entrate aggiuntive (Reuters). Dopo la forte opposizione parlamentare, è stato raggiunto un compromesso che ha previsto la rivalutazione delle soglie dello 0,9%, in linea con l'inflazione. Nella proposta di legge finanziaria per il 2027, all’interno della quale il controllo della crescita del debito pubblico gioca un ruolo centrale, l'Assemblea nazionale ha accolto un adeguamento del 2,1%, confermando l'intenzione di limitare l'aumento automatico del prelievo (Bloomberg).

La scelta opposta è stata fatta nel Regno Unito. Alla fine del 2025 la cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ha annunciato il prolungamento fino al 2031 del congelamento delle soglie dell'imposta sul reddito, tre anni oltre la scadenza precedentemente prevista. Secondo l'Office for Budget Responsibility, la misura porterà 780 mila contribuenti aggiuntivi a pagare l'imposta sul reddito e altri 920 mila a entrare nello scaglione con aliquota più elevata. Nel 2029-2030 il congelamento dovrebbe garantire 8 miliardi di sterline di entrate aggiuntive (Bbc).

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