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Ets: cos’è il sistema europeo che mette un prezzo alla CO2 (e perché lo si vuole riformare)

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di: redazione
18/3/2026
Ets: cos’è il sistema europeo che mette un prezzo alla CO2 (e perché lo si vuole riformare)Ets: cos’è il sistema europeo che mette un prezzo alla CO2 (e perché lo si vuole riformare)

Per due decenni è stato, perlopiù, un tema da addetti ai lavori. Ma, complici i rincari dell’energia dovuti alle quotazioni volatili dei combustibili fossili a causa della guerra israelo-americana in Iran e della parziale chiusura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali, l’Ets è finito al centro della contesa politica nell’Unione europea (Il Sole 24 Ore). L’acronimo Ets sta per Emissions Trading System dell’Unione europea, cioè il sistema con cui i settori più inquinanti pagano per le loro emissioni di CO2. L’Italia e l’Ungheria si sono spinte fino a chiederne una sospensione temporanea (Il Sole 24 Ore), perlomeno per le centrali termoelettriche (il manifesto★). L’obiettivo finale è ridurre l’impatto del sistema sui prezzi dell’elettricità in bolletta.

Cos’è l’Ets, in poche parole

Ma andiamo con ordine. Creato nel 2005, l’Ets è un mercato europeo delle emissioni, che in quanto tale assegna un prezzo alla CO2 emessa nell’atmosfera dalle centrali elettriche e dalle aziende ad alta intensità energetica (che producono cioè acciaio, ferro, petrolio, cemento, vetro, ceramica, carta e che si occupano di trasporto aereo e, dal 2024, marittimo). In concreto, queste industrie devono acquistare dei “permessi per inquinare”. In sostanza, si tratta di un pilastro delle politiche climatiche dell’Unione. Oltre ai Paesi Ue, vi partecipano anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia; dal 2020 è inoltre collegato al sistema svizzero.

Il principio alla base dell’Ets è noto come “cap and trade”: da una parte c’è un tetto massimo complessivo alle emissioni consentite; dall’altra la possibilità per le imprese di comprare e vendere quote di emissione tra loro.

Ogni quota dà il diritto a emettere una tonnellata di CO2 equivalente. Le quote vengono in gran parte vendute all’asta, ma in alcuni casi sono ancora assegnate gratuitamente. Le aziende devono monitorare e comunicare ogni anno le proprie emissioni e destinare un numero di quote sufficiente a coprirle. Se non lo fanno, sono previste sanzioni. Se invece emettono meno del previsto, possono vendere le quote inutilizzate oppure conservarle per il futuro. 

“Innovare o pagare”

L’obiettivo è rendere progressivamente più costoso inquinare e, di conseguenza, più conveniente investire in tecnologie a basse emissioni. Il tetto delle quote di CO2 si riduce di anno in anno proprio per spingere verso una graduale riduzione delle emissioni industriali.

Al recente summit informale dei capi di Stato e di governo dell’Ue nel castello belga di Alden Biesen, dedicato alla competitività, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha difeso l’impianto dell’Ets e il principio per cui “se non vuoi pagare innovi”, pur aprendo a dei ritocchi. Secondo von der Leyen, “decarbonizzazione e crescita possono andare di pari passo”: da quando è stato introdotto il meccanismo, “le emissioni di CO2 sono diminuite del 39%, mentre i settori coperti hanno registrato una crescita del 71%” (Askanews).

A cosa servono i soldi raccolti con le aste?

Il meccanismo non serve solo a scoraggiare le emissioni, ma anche a generare risorse pubbliche per accelerare la decarbonizzazione. La Commissione europea indica che dal 2013 l’Ets ha raccolto oltre 175 miliardi di euro, destinati in primo luogo ai bilanci nazionali, con l’obbligo per gli Stati membri di usarli per sostenere rinnovabili, efficienza energetica e tecnologie a basse emissioni. 

Proprio qui si apre uno dei nodi italiani. Secondo un’analisi del think tank Ecco, tra il 2012 e il 2024 l’Italia ha incassato circa 18 miliardi di euro dalle aste Ets, ma ne avrebbe spesi effettivamente per la transizione energetica solo 1,6 miliardi, cioè circa il 9% del totale (HuffPost). 

Com’è cambiato negli ultimi anni

Una revisione è già avvenuta in anni recenti con il pacchetto “Fit for 55”, cioè il provvedimento-chiave del Green Deal con cui l’Unione ha fissato per legge le condizioni per arrivare a un taglio delle emissioni di CO2 del 55% rispetto ai valori del 1990. 

Il tetto alle emissioni nel sistema Ets è stato ridotto per arrivare entro il 2030 a un taglio del 62% rispetto ai livelli del 2005. L’Ets è stato - come già detto - esteso al trasporto marittimo, mentre le quote gratuite assegnate alle imprese sono state ridotte (o eliminate, nel caso dell’aviazione) e vincolate agli sforzi di decarbonizzazione. Infine, è stato creato un nuovo sistema, l’Ets 2, per estendere il principio “chi inquina paga” anche all’utilizzo dei combustibili per la climatizzazione domestica e il trasporto stradale. Il nuovo schema è accompagnato da un Fondo sociale per il clima con una dotazione da 86,7 miliardi di euro nel periodo 2026-2032. Inizialmente previsto nel 2027, il debutto dell’Ets 2 è slittato all’anno successivo (ESG Today), nell’ambito dei negoziati sul nuovo obiettivo climatico dell’Ue per il 2040 (-90%, seppur con flessibilità).

Perché ora molti governi chiedono una revisione

Il rialzo dei prezzi energetici ha riaperto, come dicevamo, lo scontro sull’Ets. Vari Paesi Ue hanno chiesto alla Commissione di lavorare a una revisione del sistema, già prevista per l’estate 2026, che garantisca “prevedibilità”, “stabilità del mercato”, protezione contro l’eccessiva volatilità dei prezzi e un approccio più pragmatico all’assegnazione gratuita delle quote (Startmag).

L’Italia è andata oltre. In attesa della riforma, il governo ha chiesto di sospendere l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, per evitare che il prezzo della CO2 si scarichi sulle bollette elettriche. Secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il sistema oggi “gonfia artificialmente il prezzo dell’elettricità”, con punte che per l’Italia arriverebbero a 30 euro per megawattora, pari a circa un quarto del costo totale dell’elettricità (Il Sole 24 Ore). Reuters segnala, infatti, che il costo dell’Ets pesa in media per circa l’11% delle bollette energetiche in Europa, ma supera il 20% nei Paesi con mix energetici più inquinanti.

Quali modifiche sono sul tavolo a Bruxelles

La Commissione europea , almeno per ora, non sembra orientata a smantellare il sistema. In una lettera sulla competitività inviata ai leader dei Paesi Ue alla vigilia del vertice del 19 marzo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha proposto correttivi mirati su tre fronti: rafforzare la riserva di stabilità per “tenere i prezzi sotto controllo nel breve termine”, concordare una traiettoria di decarbonizzazione “più realistica” oltre il 2030, e creare un nuovo fondo con particolare attenzione agli Stati membri a reddito più basso (Euractiv). 

In questo contesto, l’Ue starebbe valutando di moderare la prevista riduzione delle quote gratuite assegnate all’industria.

Perché altri Paesi non vogliono indebolire l’Ets

I governi europei, però, sono divisi. Se l’Italia fa fronte comune con otto Paesi dell’Europa meridionale e orientale (Grecia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia) denunciando l’impatto dell’Ets sui prezzi dell’elettricità per le aziende coinvolte (Ansa), altri otto governi hanno chiesto a Bruxelles di non smantellare né sospendere il sistema. Si tratta di Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Svezia.

In un documento congiunto, gli otto definiscono un eventuale indebolimento dell’Ets come “un passo indietro molto preoccupante” che penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione (Reuters).

Anche la Germania, nonostante la volontà di ritoccare l’Ets condivisa con Italia e Francia, si è mostrata molto più cauta sulla portata della riforma. Berlino si dice disponibile solo a piccoli aggiustamenti che non cancellino il segnale di investimento dato dal prezzo del carbonio, con il ministro tedesco dell’Ambiente Carsten Schneider che ha definito l’Ets uno “strumento chiaro di economia di mercato” che ha dato “buoni risultati” (La Repubblica★).

Cosa succede adesso

Il nodo del contendere è come modificare l’Ets senza svuotarlo di significato. Da una parte ci sono governi e industrie che chiedono più stabilità dei prezzi, maggiore flessibilità e un alleggerimento del peso immediato sulle bollette e sulla competitività industriale. Dall’altra, la Commissione e diversi Paesi membri che difendono il principio di fondo del sistema e il suo contributo ventennale alla politica climatica dell’Ue, puntando a introdurre solo correttivi mirati. 

Il Consiglio europeo del 19 marzo a Bruxelles rappresenta un primo momento di confronto a tutto campo sui crediti di carbonio, ma la partita entrerà nel vivo in estate quando l’esecutivo Ue dovrà svelare la sua proposta di riforma dell’Ets.

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