


Il 12 aprile l’Ungheria vota in quelle che molti osservatori descrivono come le elezioni più importanti dalla fine del comunismo. Dopo 16 anni quasi ininterrotti al potere, il primo ministro magiaro Viktor Orbán rischia per la prima volta di perdere alle urne dopo quattro vittorie consecutive. I sondaggi, infatti, danno il partito di centro-destra Tisza in vantaggio sul partito di destra radicale Fidesz, già al governo, con la forbice tra i due che continua ad ampliarsi man mano che ci si avvicina al voto. Tuttavia, l'esito delle elezioni parlamentari resta incerto a causa del gran numero di cittadini che si dichiara ancora indeciso. Resta anche l’incognita del post-elezioni, dopo una tesa campagna costellata di accuse reciproche, propaganda, disinformazione e l’ombra di ingerenze straniere.
I due principali candidati per la posizione di primo ministro sono l’uscente Viktor Orbán, 62 anni, leader di Fidesz e lo sfidante Péter Magyar, 45 anni, leader di Tisza.
Orbán ha costruito il suo consenso sulla sovranità nazionale, la retorica anti-immigrazione e lo scontro con Bruxelles, presentandosi come difensore del patrimonio cristiano ungherese contro una supposta immigrazione di massa e le presunte élite globali. Dopo aver vinto quelle che sono considerate le ultime elezioni libere e democratiche in Ungheria nel 2010, il leader di Fidesz si è subito messo all'opera per gettare le basi delle vittorie successive. Per 16 anni ha mantenuto e consolidato il suo sistema di potere grazie al progressivo controllo di ampi settori dello Stato, della magistratura e dei media, alla pesante manipolazione del sistema elettorale e all’acquisto di voti, trasformando l’Ungheria in quella che è stata definita una “democrazia illiberale”, etichetta che lo stesso Orbán ha rivendicato. Così facendo, si è guadagnato l'ammirazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della sua base “Maga”, dei populisti europei e del presidente russo Vladimir Putin. Al contrario, ha vessato le ong, limitato i diritti Lgbtq+ e usato spesso il diritto di veto per bloccare le iniziative che, all’interno dell'Unione europea, richiedono l’unanimità, in particolare quelle a sostegno dell’Ucraina (The Economist). Il caso recente più rilevante riguarda il maxi-prestito da 90 miliardi di euro su cui i leader dell’Ue, Orbán incluso, avevano trovato l’accordo a dicembre, ma la cui attuazione è adesso ostaggio del veto di Budapest (Bbc).
Magyar, avvocato ed ex diplomatico a Bruxelles, è stato membro di Fidesz fino al 2024, quando ha rotto i rapporti con Orbán a causa di uno scandalo sul perdono presidenziale concesso a un uomo coinvolto nella copertura di abusi su minori in una struttura statale. Magyar si è quindi riposizionato come volto anti-corruzione e ha preso il controllo del piccolo partito Tisza, che ha costruito l’ascesa sulla promessa di combattere la corruzione e migliorare l'economia. Tuttavia, Magyar non è un liberale e anzi punta all’elettorato conservatore deluso da Fidesz. Inoltre, pur insistendo sul rientro pieno dell’Ungheria nell’alveo dell’Ue per sbloccare i miliardi di fondi congelati a causa delle preoccupazioni sullo stato di diritto nel Paese, l’ex diplomatico evita di apparire troppo allineato con Bruxelles (Bbc).
Le rilevazioni indipendenti più recenti danno Tisza in vantaggio, ma con una quota di indecisi ancora alta. Il sondaggio di 21 Research Centre, pubblicato a inizio aprile, dà Tisza al 56% tra i votanti decisi contro il 37% di Fidesz. Un altro sondaggio, sempre pubblicato a inizio mese da Závecz, dà il partito di Magyar al 51% contro il 38% del partito di Orbán. Anche il tracker dell’Economist segnala Tisza davanti, 48% contro 42%. Tuttavia, tra il 20 e il 26% di elettori si dichiarano ancora indecisi, una percentuale che potrebbe risultare determinante (Reuters). Anche se Tisza vincesse il voto popolare, però, potrebbe non bastare.
Nel decennio e mezzo al potere, Orbán ha creato un’architettura istituzionale per controllare il consenso. Ha anche modificato il sistema elettorale per dare al suo partito un vantaggio sistemico: il peso dato ai collegi uninominali, il ridisegno delle circoscrizioni, la compravendita di voti, l’uso del voto degli ungheresi all’estero e il controllo dei media rendono la competizione alle urne fortemente squilibrata. Nel 2014 e nel 2018 Fidesz ottenne quasi il 70% dei seggi con meno del 45% dei voti. Nel 2022, il sistema elettorale ha permesso a Fidesz di conquistare la maggioranza di due terzi in Parlamento nonostante i buoni pronostici per il fronte comune formato dai partiti di opposizione (Politico).
Per gran parte del suo lungo mandato, la posizione di Orbán come primo ministro è sembrata inattaccabile. Tuttavia, di recente, scandali di corruzione e una crescita economica deludente ne hanno intaccato la popolarità. Transparency International considera l’Ungheria il Paese percepito come più corrotto dell’Ue, al pari della Bulgaria. Bruxelles ha congelato 19 miliardi di euro di fondi europei per le preoccupazioni sullo stato di diritto nel Paese. La ricchezza accumulata dalla cerchia ristretta del primo ministro magiaro sta alimentando la frustrazione sempre più palpabile nella popolazione alle prese con una crescita stagnante, un'inflazione elevata e servizi pubblici in peggioramento (France24).
La campagna elettorale ruota attorno a quattro assi: corruzione, economia, rapporto con l’Unione europea e guerra in Ucraina. Magyar promette di sbloccare i fondi europei congelati e di rilanciare servizi pubblici ed economia. Orbán sta conducendo una classica campagna populista, insistendo su sicurezza, stabilità e difesa dell’Ungheria da Bruxelles e Kiev, presentando l’opposizione come un rischio per la pace. In vista del voto ha inasprito lo scontro con l'Ucraina, accusandola della chiusura dell'oleodotto Druzhba che trasporta petrolio russo in Ungheria, a seguito di attacchi russi, e sequestrando furgoni blindati di banche ucraine. Il leader di Fidesz ha anche alzato il livello di scontro con l’Ue, usando il potere di veto per bloccare le sanzioni contro la Russia e gli aiuti all'Ucraina (Guardian).
Il divario generazionale potrebbe diventare uno dei fattori decisivi per l’esito delle elezioni: ad aprile circa 250mila giovani voteranno per la prima volta. Oltre il 60% degli under 30 sosterrebbe Tisza, contro solo il 15% che voterebbe Fidesz. Se questa fascia andasse a votare in massa, potrebbe compensare il vantaggio storico di Fidesz tra gli elettori più anziani. Ma i giovani elettori sono storicamente i più difficili da mobilitare, motivo per cui la campagna elettorale sta passando anche da TikTok e influencer politici in modo molto più marcato rispetto al passato. Il premier uscente continua a puntare molto anche sull’elettorato anziano, tanto che è arrivato a promettere una quattordicesima mensilità per i pensionati (Euronews).
A pesare sull’esito delle urne sono anche le interferenze, sia interne che straniere, nelle elezioni. La campagna elettorale è stata segnata da deepfake, contenuti diffamatori generati con l’intelligenza artificiale e reti su Facebook per aggirare le nuove regole europee sulla trasparenza della pubblicità politica. Questi contenuti sono stati diffusi a favore di Fidesz per screditare il candidato dell'opposizione e diffondere disinformazione anti-Ue e anti-Ucraina, soprattutto tra gli elettori più anziani (Euractiv).
Il portale investigativo VSquare riferisce di possibili interferenze russe nel processo elettorale. I legami del governo ungherese con il Cremlino sono in realtà ben noti: dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, braccio destro di Orbán, si è recato a Mosca 16 volte, incontrando anche direttamente Putin. A marzo, lo stesso Szijjártó è stato accusato di aver condiviso in tempo reale con l’omologo russo Sergey Lavrov informazioni riservate discusse durante le riunioni del Consiglio dell'Ue. Il ministro ha ammesso le telefonate, cercando di ridimensionarle a normali contatti diplomatici (Eunews).
Grazie all’attuale sistema elettorale, Fidesz potrebbe riuscire a restare al potere anche se dovesse prendere meno voti. Persino in caso di vittoria di Tisza, una maggioranza semplice potrebbe non bastare a smontare l’assetto costruito da Orbán: per modificare Costituzione, leggi e nomine chiave servirebbe una maggioranza parlamentare dei due terzi. Inoltre, in caso di vittoria dell’opposizione, gli osservatori non escludono che il governo uscente possa ritardare il regolare trasferimento del potere, con l’aiuto di Mosca e del presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, fedele a Fidesz.
Anche con una sconfitta di Orbán e un passaggio di consegne ordinato, i problemi in Ungheria non sparirebbero subito. Durante la sua gestione, Orbán ha riempito istituzioni, media, banca centrale, autorità e tribunali di figure vicine a Fidesz. L’esito del voto può cambiare il vertice politico, ma non automaticamente il sistema illiberale istituito. Per questo motivo le elezioni del 12 aprile sono monitorate con attenzione, anche a livello internazionale: non solo possono mettere fine all’era Orbán, ma saranno anche un test per la resilienza della democrazia ungherese (EUObserver).

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