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Davos 2026: il ritorno di Trump e il futuro (incerto) del dialogo globale

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di: redazione
14/1/2026
Davos 2026: il ritorno di Trump e il futuro (incerto) del dialogo globaleDavos 2026: il ritorno di Trump e il futuro (incerto) del dialogo globale

Davos torna sotto i riflettori in una fase in cui il multilateralismo è in difficoltà e il commercio globale è sempre più segnato da logiche di blocco e rapporti di forza. Dal 19 al 23 gennaio, il World Economic Forum (Wef) riunirà nella località svizzera quasi tremila leader politici, economici e della società civile, ma l’edizione 2026 assume un significato particolare: segna il ritorno in presenza di Donald Trump, il presidente che più di altri ha messo in discussione l’ordine globale che Davos rappresenta (Wef). Dall'inizio del mese, Trump ha ordinato la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha lasciato intendere che gli Usa potrebbero invadere la Groenlandia e intervenire in Iran, ha annunciato un tetto temporaneo ai tassi di interesse delle carte di credito che ha alimentato i timori di una crisi del credito e ha aperto un'indagine penale su Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (Politico). L’incontro annuale di Davos si svolge quest’anno sotto il titolo “A Spirit of Dialogue”, un richiamo esplicito alla funzione originaria del Forum come piattaforma neutrale di confronto, proprio mentre la cooperazione internazionale appare sempre più fragile.

Cooperazione, crescita e innovazione al centro

Il programma del Forum riflette un contesto segnato da profonde fratture geopolitiche, incertezza economica e accelerazione tecnologica. Le discussioni si concentreranno su come rilanciare la cooperazione in un mondo conteso, individuare nuove fonti di crescita e rafforzare la resilienza economica, con un’attenzione particolare all’uso responsabile delle tecnologie emergenti, a partire dall’intelligenza artificiale generativa (Wef). Accanto ai dossier su sicurezza e competitività, si dedicherà ampio spazio alla trasformazione del lavoro e agli investimenti nelle competenze, mentre energia, acqua e risorse naturali restano nodi centrali nel tentativo di conciliare crescita e limiti ambientali. L’obiettivo dichiarato è spostare il dibattito su soluzioni pratiche, in un momento in cui le regole della globalizzazione sono sempre più in discussione.

Un contesto difficile

Il clima che accompagna Davos è però più cupo rispetto ad altre edizioni. Secondo il Global Cooperation Barometer 2026 del Wef, il 43% dei dirigenti globali intervistati ritiene che fare impresa sia diventato più difficile rispetto al 2024, citando barriere commerciali, restrizioni ai flussi di capitale e tensioni geopolitiche. Solo una minoranza vede segnali di miglioramento.

Il dato fotografa un mondo in cui la cooperazione economica arretra proprio mentre crescono le interdipendenze, rendendo il Forum meno un luogo di celebrazione della globalizzazione e più uno spazio di gestione delle sue contraddizioni (Reuters). L’85% degli esperti globali inoltre ritiene che nel 2025 la cooperazione internazionale sia “peggiorata” o “molto peggiorata”, con un crollo particolarmente marcato nei settori del commercio e della tecnologia, i più colpiti dalle politiche di dazi e di sicurezza economica adottate dagli Stati Uniti. Per il presidente e ceo del Forum Børge Brende, tuttavia, non si tratta della fine del multilateralismo ma di una sua trasformazione: meno grandi accordi globali e più intese “su misura”, basate sulla convergenza di interessi tra gruppi ristretti di Paesi (Repubblica+).

Il ritorno di Trump

La presenza di Donald Trump è l’elemento che più di tutti caratterizza Davos 2026. Lo scorso anno il presidente non aveva partecipato perché il Forum cadeva nei giorni dell’inaugurazione del suo secondo mandato; ora invece arriverà in Svizzera alla guida di una delegazione statunitense particolarmente ampia, che include i segretari al Tesoro, al Commercio e all’Energia e diversi consiglieri chiave (Semafor). Secondo il Financial Times+, l’accordo sulla sua partecipazione è stato preceduto da contatti in cui Washington avrebbe chiesto di ridimensionare temi percepiti come “woke”, dalla diversity alla finanza climatica. Il Wef ha negato qualsiasi influenza sull’agenda, ma l’episodio segnala quanto Davos sia diventato un terreno politicamente sensibile anche sul piano simbolico. Trump userà il palco del Forum per rilanciare le priorità della sua amministrazione -  sicurezza economica, prezzi, dazi e “peace through strength” - portando nel cuore di Davos una visione del mondo che privilegia interessi nazionali e rapporti di forza. Un contrasto evidente con lo spirito multilaterale che il Forum continua a rivendicare (The National). A Davos saranno presenti poi gli alti dirigenti del settore petrolifero desiderosi di ascoltare Trump promuovere il suo programma di supremazia energetica, che li incoraggia a trivellare per estrarre più petrolio e gas, snobbando le alternative verdi come l'eolico e il solare. Si attendono i Ceo di Exxon Mobil, Shell, TotalEnergies, Equinor ed Eni, che negli ultimi anni hanno partecipato solo sporadicamente considerando il forum un'iniziativa anti-combustibili fossili (Reuters).

Gli interessi italiani

Davos 2026 avrà inoltre una rilevanza specifica anche per l’Italia. Secondo Repubblica+, Giorgia Meloni è attesa al World Economic Forum tra il 20 e il 21 gennaio, non solo per incontri bilaterali ma anche in vista di un possibile ingresso nel Board of Peace per Gaza promosso dall’amministrazione Trump, un organismo transitorio internazionale presieduto dal presidente statunitense e formato da altri capi di Stato e di governo e altri membri che avrà il compito di definire il quadro di riferimento e gestire i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza. Una prima riunione informale potrebbe tenersi proprio a margine del forum svizzero. La presenza della premier italiana rafforzerebbe il profilo politico della trasferta a Davos, trasformandola in un’occasione per misurare il peso diplomatico dell’Italia nei nuovi equilibri mediorientali.

Un Forum in transizione

La sfida per Davos 2026 è anche sottolineare la sua importanza. L’uscita di scena di Klaus Schwab, dopo oltre cinquant’anni alla guida del Forum, e le inchieste sulla governance hanno lasciato strascichi interni, mentre all’esterno cresce la concorrenza di altri grandi appuntamenti geopolitici, dalla Conferenza di Monaco sulla sicurezza ai forum promossi da Arabia Saudita e Cina. Nonostante questo, la capacità di convocazione resta elevata: sono attesi oltre 60 capi di Stato e di governo, centinaia di rappresentanti istituzionali e una forte presenza di leader dal Sud globale. Un segnale che, pur indebolito, Davos resta uno dei pochi luoghi in cui mondi diversi continuano a incontrarsi (Ft+).

Il ritorno di Trump, il tentativo del Forum di riequilibrare la propria agenda e un contesto economico più instabile fanno di questa edizione qualcosa di più di un rituale alpino. Non tanto per le decisioni che verranno prese, quanto per il segnale politico che emergerà: se Davos può ancora funzionare come piattaforma credibile di confronto globale o se resterà soprattutto lo specchio delle fratture che attraversano l’economia e la politica internazionale.

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