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Cuba al buio: le cause della crisi e i possibili scenari

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Martina
 
Nasso
di: redazione
24/9/2026
Cuba al buio: le cause della crisi e i possibili scenari
Cuba al buio: le cause della crisi e i possibili scenari

Solo una settimana fa Cuba è stata colpita da un nuovo blackout. Il 18 settembre un guasto alle linee di trasmissione ha fatto collassare la rete elettrica nazionale, lasciando milioni di persone senza corrente. È stato almeno il sesto cedimento totale o parziale della rete dall’inizio dell’anno. A L’Avana l’elettricità è tornata prima nelle zone vicine agli ospedali. Molti residenti in realtà erano senza luce già da diverse ore prima che si verificasse il guasto (Reuters). 

Le interruzioni di elettricità sono un problema con cui la popolazione cubana convive da anni, ma nel 2026 la situazione è peggiorata drasticamente. Sull’isola pesano anche la scarsità di carburante, acqua, cibo e medicinali. Il collasso della rete è il segno più visibile di una crisi economica e sociale maturata nel tempo, sulla quale si è abbattuta la nuova campagna di pressione degli Stati Uniti.

Perché Cuba resta senza elettricità

Il sistema elettrico cubano dipende da impianti vecchi, bisognosi di manutenzione e di combustibile. Quando manca il carburante, diminuisce la capacità di produrre energia; quando una parte della rete cede, il sistema fatica a reggere il guasto. È una vulnerabilità precedente al 2026: i blackout erano già frequenti prima dell’ultima stretta statunitense. Dall’inizio dell’anno la situazione è peggiorata rapidamente: Cuba ha perso le forniture di petrolio e ha avuto sempre più difficoltà a procurarsi combustibile altrove (Ap). Per Cuba, che importa una parte consistente del combustibile di cui ha bisogno, questo ha significato meno energia per le centrali, ma anche meno carburante per trasporti e attività produttive. 

La pressione americana si è intensificata per tappe. A gennaio, dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, si sono fermate le forniture di petrolio dal Venezuela a Cuba. Il 29 gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consente di imporre dazi sui prodotti dei Paesi che vendono o forniscono petrolio all’isola: il provvedimento non stabiliva automaticamente un’aliquota né indicava i Paesi da colpire, ma ha accresciuto il rischio per i fornitori (Guardian). A maggio Washington ha ampliato le proprie sanzioni contro esponenti e attività legate al governo cubano (Reuters); nello stesso mese, due grandi compagnie di navigazione hanno sospeso le prenotazioni da e per Cuba citando i rischi connessi alle nuove restrizioni (Reuters). La stretta è proseguita nei mesi successivi, colpendo anche aziende del settore energetico e, a settembre, imprese statali legate al nichel ed entità militari (Reuters). Sono misure diverse, con effetti diversi: quella che incide più direttamente sui blackout è la difficoltà di importare il petrolio necessario a far funzionare le centrali.

Washington presenta la campagna di pressione come una risposta a un governo che considera una minaccia per la sicurezza nazionale (Bbc); L’Avana accusa invece gli Stati Uniti di aggravare deliberatamente le privazioni della popolazione (Al Jazeera). Ad agosto, esperti indipendenti incaricati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno denunciato gli effetti umanitari delle nuove sanzioni statunitensi, chiedendone la revoca. Hanno segnalato l’impatto congiunto dei blackout e della scarsità di beni essenziali sulla salute, sull’alimentazione e sull’accesso all’acqua (UN News). La loro valutazione riguarda le responsabilità delle misure americane, ma resta da spiegare perché l’economia cubana fosse già così esposta. 

Secondo l’economista Ricardo Torres, intervistato da Clarín, per anni il governo ha investito negli alberghi più che nella rete elettrica e nell’agricoltura, mantenendo una politica incerta e restrittiva verso le imprese private. La riforma monetaria del 2021 ha inoltre alimentato l’inflazione, riducendo il potere d’acquisto di salari e pensioni. Le sanzioni colpiscono dunque un’economia già fragile, con poche risorse per riparare gli impianti o assorbire nuovi shock.

Servizi prioritari in affanno

Senza elettricità, le pompe non riescono a portare acqua nelle case: per molte famiglie procurarsela, trasportarla e razionarla è diventato un impegno quotidiano (Guardian). La crisi investe anche la sanità. Secondo la vice ministra della Salute cubana, la carenza di energia ha ridotto visite e ricoveri, mentre negli ospedali scarseggiano materiali e medicinali. Medici intervistati da Reuters raccontano che alcuni ambulatori non riescono a svolgere le visite quando le pompe si fermano e manca l’acqua. La mancanza di carburante ostacola inoltre trasporti, raccolta dei rifiuti e attività agricole. Le conseguenze sono più pesanti per chi non può permettersi soluzioni alternative.

La sfiducia verso le autorità è cresciuta insieme ai disservizi. Nel 2021 decine di migliaia di persone scesero in piazza per protestare contro la scarsità di beni e chiedere maggiori libertà; seguirono centinaia di arresti. Oggi i blackout continuano a provocare manifestazioni e proteste con pentole e padelle, mentre criticare apertamente il governo resta rischioso (Reuters). 

Alla crisi si aggiunge l’emigrazione. Secondo le stime riportate in un’analisi del Council on Foreign Relations, dal 2020 hanno lasciato Cuba tra 1,6 e 2,75 milioni di persone, circa il 13-25 per cento della popolazione: la forbice è ampia perché le stime ufficiali e quelle indipendenti divergono. Tra chi parte ci sono medici, insegnanti e altri lavoratori qualificati. La loro assenza indebolisce servizi già in difficoltà e rende più complicata un’eventuale ripresa. L’emigrazione accentua inoltre una disuguaglianza: chi ha parenti all’estero può spesso contare sulle rimesse per acquistare beni venduti dal settore privato; chi non li ha deve affrontare gli stessi prezzi con salari in pesos sempre meno sufficienti.

Le riforme del governo cubano possono bastare?

Il governo ha iniziato ad allentare alcuni vincoli dell’economia statale. A giugno ha presentato un pacchetto di 176 misure che apre nuovi spazi alle imprese private: potranno superare il limite di cento dipendenti, operare in più attività e partecipare al capitale di aziende pubbliche. Il piano prevede anche banche private, maggiori possibilità per i produttori agricoli di utilizzare la terra e procedure per ristrutturare o liquidare le imprese statali che accumulano perdite. L’obiettivo dichiarato è far ripartire la produzione in un Paese che ha sempre meno risorse per importare ciò di cui ha bisogno (El País). A luglio ha aperto ai privati attività come la distribuzione del carburante, la produzione di elettricità, la raccolta dei rifiuti e la vendita di medicinali, mantenendo però il controllo statale su settori come istruzione, telecomunicazioni e difesa (Le Monde). A settembre il governo ha autorizzato anche la prima casa di cambio privata e introdotto banconote di taglio più alto, mentre la svalutazione del peso e l’aumento dei prezzi continuano a pesare sulle famiglie (Reuters).

Il piano annunciato a giugno prevede di sostituire progressivamente i sussidi universali con aiuti destinati alle persone classificate come vulnerabili e di trasferire nei prezzi una quota maggiore dei costi di carburante, elettricità, acqua e trasporti. Il governo promette un fondo di protezione sociale, ma la sua efficacia dipenderà da chi riuscirà effettivamente ad accedervi. Le riforme potrebbero dare più spazio alla produzione e ai servizi; nel frattempo, però, rischiano di far aumentare spese essenziali per persone i cui salari sono già stati erosi dall’inflazione, spiega El País.

Quattro scenari per Cuba

Che cosa può accadere se la situazione continua a peggiorare? In un’analisi pubblicata su Americas Quarterly sono ipotizzati quattro possibili sviluppi. Il primo è un maggiore intervento umanitario dall’esterno, con aiuti medici e beni essenziali distribuiti anche attraverso organizzazioni internazionali e realtà non governative. Potrebbe alleviare l’emergenza, ma un ruolo diretto degli Stati Uniti sarebbe probabilmente visto dall’Avana come un’ingerenza.

Il secondo è un’azione coercitiva americana. Secondo Politico, già a maggio funzionari statunitensi prendevano più seriamente in considerazione l’opzione militare, frustrati dal fatto che la pressione economica non avesse ottenuto le concessioni sperate dall’Avana. Le ipotesi riferite al giornale andavano dalla cattura di dirigenti cubani incriminati negli Stati Uniti a un attacco mirato, fino a un’operazione più ampia. La Casa Bianca precisava però che preparare dei piani non significava aver deciso di usarli. L’analisi di Americas Quarterly si concentra sullo scenario più circoscritto: un’azione per aumentare la pressione sui vertici cubani senza assumere il controllo dell’isola. Anche un intervento limitato, però, avrebbe conseguenze difficili da prevedere.

Il terzo scenario è una frattura all’interno del potere cubano. La pressione economica, il malcontento e le sanzioni potrebbero dividere chi vuole conservare l’assetto attuale da chi considera necessarie riforme e un’intesa con Washington. Il ruolo delle forze armate e degli apparati di sicurezza sarebbe decisivo: la crisi dell’economia non comporta automaticamente quella dello Stato.

Infine, la pressione potrebbe spingere L’Avana e Washington a negoziare. Al centro potrebbero esserci aiuti umanitari, prigionieri politici, cooperazione sulla migrazione e nuove aperture economiche in cambio di un alleggerimento delle misure americane. Per ora, però, un’intesa appare lontana: il 7 settembre il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha dichiarato che non erano in corso negoziati con Washington e che non esisteva un’agenda per nuovi colloqui (Al Jazeera). Tanto che, durante l'81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Trump ha dichiarato che Cuba è uno "Stato assolutamente fallito" che "cadrà", provocando l'immediata uscita in segno di protesta della delegazione dell'Avana (Forbes). Un accordo ampio sarebbe comunque difficile: il governo cubano vuole conservare il controllo politico, mentre alcuni dei principali vincoli statunitensi all’allentamento dell’embargo sono fissati per legge e non dipendono dal solo presidente.

Gli stessi analisti avvertono che potrebbe non realizzarsi nessuno dei quattro scenari nel breve periodo. Cuba potrebbe invece attraversare anni di peggioramento graduale: altri blackout, nuove partenze, proteste intermittenti e un governo ancora in grado di restare al potere. El País scrive che il segretario di Stato Marco Rubio confida che, entro la fine del mandato di Trump nel 2029, Cuba si trovi almeno su una traiettoria di cambiamento. Ma il tempo della pressione politica non è quello delle famiglie che vivono senza elettricità, acqua e trasporti. Secondo María José Espinosa, esperta di politica estera cubana citata dal giornale, prolungare la crisi rischia di rendere più difficile una futura ripresa. Il governo può continuare a reggere, ma quanto a lungo la popolazione può sopportare le conseguenze di questa crisi?

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