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Cos’è l’euro digitale, a che punto è il progetto e perché è importante per l’Eurozona

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di: redazione
26/3/2026
Cos’è l’euro digitale, a che punto è il progetto e perché è importante per l’EurozonaCos’è l’euro digitale, a che punto è il progetto e perché è importante per l’Eurozona

Il denaro sta cambiando forma ormai da anni, paghiamo con lo smartphone, con una carta, con un clic, mentre le banconote spariscono sempre di più dalla vita quotidiana. È nel contesto di questa trasformazione che nasce l’euro digitale, cioè una versione elettronica della moneta emessa dalla Banca centrale europea, pensata per affiancare il contante e non per sostituirlo. Non sarebbe una criptovaluta né uno strumento speculativo, ma denaro pubblico in formato digitale, da usare per i pagamenti di tutti i giorni, online e nei negozi (Morning Star).

Il progetto europeo si inserisce in una tendenza più ampia: quella delle Cbdc, le valute digitali di banca centrale, su cui governi e istituzioni monetarie stanno lavorando in tutto il mondo per rispondere alla digitalizzazione dei pagamenti e al crescente peso degli operatori privati. In questo senso, l’euro digitale non è solo una novità tecnica, ma il tentativo europeo di non restare indietro nella corsa globale alla moneta del futuro (Wef).

I vantaggi e la sfida dell’autonomia europea

Come si legge sul blog della Bce, l’euro digitale avrebbe prima di tutto una funzione economica: rendere i pagamenti più efficienti, ridurre i costi per cittadini e commercianti, favorire transazioni quasi istantanee e preservare l’accesso a una forma di denaro pubblico in un’economia sempre più dominata dal digitale. Tra i punti a favore elencati rientrano anche una maggiore inclusione finanziaria, più trasparenza e l’assenza del rischio di insolvenza tipico degli strumenti privati. Ma il progetto ha anche una valenza geopolitica crescente che riguarda il controllo delle infrastrutture di pagamento.

Oggi una quota molto elevata delle transazioni elettroniche nell’Eurozona passa ancora attraverso operatori statunitensi come Visa, Mastercard e PayPal, una dipendenza che Bruxelles considera sempre più problematica in una fase segnata da tensioni commerciali, sanzioni e frammentazione geopolitica. L’euro digitale viene così presentato non solo come innovazione monetaria, ma anche come tentativo di rafforzare l’autonomia strategica europea nei pagamenti (Euronews).

Quando potrebbe arrivare l’euro digitale

Sui tempi, il piano resta ancora legato alla politica oltre che alla tecnica. Il calendario ipotizzato prevederebbe l’avvio di un progetto pilota di dodici mesi con transazioni reali verso la fine del 2027 e, solo in seguito, una possibile emissione attorno al 2029. Questo calendario, però, dipende da un passaggio decisivo: l’approvazione del quadro normativo europeo. La proposta di regolamento presentata dalla Commissione nel 2023 non ha infatti ancora completato il suo percorso, e senza una posizione negoziale del Parlamento europeo non può partire il trilogo con il Consiglio. Senza quei negoziati, non ci sarà alcuna legge definitiva; e senza una base giuridica approvata, la Bce non potrà procedere all’emissione. Per questo il nodo principale, oggi, non sembra essere tanto la fattibilità tecnica del progetto quanto la capacità delle istituzioni europee di chiudere in tempi utili il negoziato legislativo. (EuNews).

Le resistenze all’euro digitale

La lentezza di questi passaggi dipende anche dal fatto che l’euro digitale ha incontrato resistenze fin dall’inizio, soprattutto da parte di settori bancari e di una parte della politica europea. Uno dei timori più ricorrenti è che una moneta digitale pubblica troppo attrattiva possa spostare liquidità dai conti correnti verso i wallet collegati alla banca centrale, riducendo i depositi delle banche commerciali e creando problemi di stabilità finanziaria. Da qui l’insistenza su limiti di detenzione e su un modello più prudente, in alcuni casi centrato soprattutto sull’uso offline, anche in nome della privacy e della resilienza del sistema (Wired).

Nonostante questo ostruzionismo, il dossier ha continuato a muoversi: il Consiglio dell’Unione europea ha adottato a dicembre 2025 una posizione negoziale che include sia la funzionalità online sia quella offline, prevedendo un euro digitale utilizzabile sempre, connessi o meno alla rete, e aprendo così la strada al confronto con il Parlamento (Reuters). A rafforzare il progetto è poi arrivato anche un voto dell’Eurocamera, che nella plenaria del 10 febbraio 2026 ha approvato a larga maggioranza due emendamenti a sostegno dell’euro digitale (Sky TG24).

Il precedente cinese e il caso delle Bahamas

Una delle ragioni per cui il dibattito europeo si è intensificato è ciò che sta accadendo fuori dall’Unione, a partire dalla Cina. Lo yuan digitale, l’e-Cny, è oggi uno dei progetti di Cbdc più avanzati tra le grandi economie: Pechino lavora a questa infrastruttura dalla metà dello scorso decennio, l’ha sperimentata su larga scala in un sistema dei pagamenti già molto digitalizzato e dal gennaio 2026 l’ha trasformata in una sorta di deposito digitale remunerato, su cui le banche commerciali possono riconoscere interessi.

Questo passaggio ha ampliato il ruolo dello yuan digitale, che non è più soltanto uno strumento di pagamento ma entra più direttamente nell’architettura del sistema finanziario domestico. Alla base c’è anche una strategia geopolitica evidente: ridurre la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, allargare progressivamente l’uso dello yuan digitale oltre i confini nazionali e rafforzare il ruolo internazionale del renminbi (Corriere).

A livello mondiale, però, Pechino non si è aggiudicata il titolo di primo Stato al mondo a lanciare una Cbdc retail. A farlo sono state invece le Bahamas, che nel 2020 hanno introdotto il Sand Dollar, diventando il primo Paese a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale per l’uso dei cittadini (Reuters).

Gli Stati Uniti scelgono le stablecoin

Gli Stati Uniti, intanto, si stanno muovendo in una direzione diversa da quella europea. L’amministrazione Trump ha bloccato il lavoro federale su una Cbdc e ha preferito puntare sulle stablecoin, cioè token digitali privati ancorati a una valuta tradizionale come il dollaro. La differenza è sostanziale: una Cbdc è moneta digitale pubblica emessa dalla banca centrale, mentre una stablecoin è denaro privato la cui affidabilità dipende dalle riserve che la sostengono e dalla solidità dell’emittente. Secondo Bloomberg, proprio questa natura privata espone le stablecoin a rischi specifici, che vanno dall’instabilità delle riserve alle frodi, dal riciclaggio all’evasione fiscale, fino ai dubbi sulla loro capacità di reggere volumi molto elevati di utilizzo. In questo quadro si inserisce il Genius Act, la prima legge approvata negli Stati Uniti che disciplina in modo significativo le stablecoin: la norma impone agli emittenti garanzie uno a uno con asset a basso rischio, report regolari e controlli antiriciclaggio, ed è stata salutata dai sostenitori come un passo verso pagamenti più rapidi ed economici. Il contrasto con l’approccio europeo è però netto: mentre Bruxelles punta molto sull’introduzione di un euro digitale, Washington al contrario sembra aver scelto di rafforzare un ecosistema fondato su strumenti privati collegati al dollaro (Wired).

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