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Negli Stati Uniti, molte delle scelte più controverse sull’immigrazione finiscono ormai davanti alla Corte Suprema. Di recente i giudici hanno dato il via libera all’amministrazione Trump per continuare a respingere al confine meridionale i richiedenti asilo che si trovano ancora in Messico e non hanno fisicamente attraversato il territorio statunitense. Il caso riguardava il cosiddetto metering, la pratica con cui le autorità di frontiera limitano l’accesso ai porti d’ingresso quando dichiarano di non avere capacità sufficiente per processare tutte le richieste. Per la maggioranza della Corte, un migrante che si presenta al confine ma resta in Messico non è ancora “arrivato negli Stati Uniti” ai fini della legge sull’asilo. Solo l’attraversamento fisico del confine fa scattare l’obbligo di esaminare la domanda secondo la procedura americana (Axios).
La decisione è una vittoria importante per Trump e si inserisce in una serie di pronunce con cui la Corte ha sostenuto parti centrali della sua agenda migratoria: restringere l’accesso al sistema d’asilo e ampliare il margine operativo delle autorità di frontiera (Reuters). Ma racconta anche qualcosa di più profondo sul funzionamento della politica americana. Quando il Congresso è bloccato, il presidente governa attraverso ordini esecutivi e interpretazioni aggressive delle proprie competenze; quando quelle decisioni vengono contestate, finiscono nei tribunali; quando arrivano alla Corte Suprema, i nove giudici non risolvono solo una controversia tecnica, ma stabiliscono fin dove può spingersi il potere presidenziale.
La Corte Suprema è l’ultima istanza del sistema costituzionale americano. Decide se le leggi approvate dal Congresso, le azioni del presidente e le scelte delle agenzie federali siano compatibili con la Costituzione. Le sue sentenze vincolano tutti i tribunali inferiori e possono essere superate solo da una nuova decisione della Corte stessa o da un emendamento costituzionale, procedura rarissima nella storia degli Stati Uniti (Bbc).
Per questo molte delle questioni più divisive della politica americana finiscono davanti ai giudici: aborto, armi, diritti civili, ambiente, sanità, immigrazione, poteri del presidente. I giudici non sono eletti, ma vengono nominati dal presidente e confermati dal Senato. Restano in carica a vita, salvo dimissioni o impeachment. Ogni nomina può quindi produrre effetti politici molto più lunghi del mandato presidenziale che l’ha resa possibile (Bbc).
Donald Trump ha inciso sulla Corte Suprema più di molti presidenti prima di lui. Durante il primo mandato ha nominato tre giudici conservatori: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Con la sostituzione di Ruth Bader Ginsburg da parte di Barrett, nel 2020, la Corte ha assunto una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre. Da allora il diritto americano si è spostato a destra su alcuni dei dossier più sensibili (Reuters).
La decisione più nota resta Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, con cui nel 2022 la Corte ha cancellato il diritto costituzionale all’aborto a livello federale riconosciuto da Roe v. Wade quasi cinquant’anni prima. Ma Dobbs è stato solo il simbolo di un cambiamento più ampio: con la nuova maggioranza conservatrice, la Corte ha iniziato a rivedere precedenti e strumenti giuridici che per decenni avevano sostenuto diritti civili, regolazione federale e politiche pubbliche progressiste. Ha ampliato la protezione del diritto a portare armi e ha ridotto il margine d’azione delle agenzie federali, per esempio in settori come ambiente, lavoro, sanità o finanza. Per decenni, quando una legge era ambigua, i tribunali tendevano a lasciare alle agenzie competenti il compito di interpretarla. La Corte ha rovesciato questo principio, spostando potere dai regolatori ai giudici e rendendo più difficile per l’amministrazione federale intervenire senza un mandato legislativo molto esplicito (Bbc).
Questa trasformazione non nasce solo dalle nomine di Trump, ma da una strategia conservatrice costruita nel tempo. La Federalist Society, fondata nel 1982, ha costruito una rete conservatrice di giuristi, giudici e accademici attorno a una visione restrittiva del ruolo dei tribunali e a una forte attenzione per originalismo e testualismo, cioè l’idea che la Costituzione debba essere interpretata secondo il significato che aveva al momento della sua approvazione. Con Trump, quella rete ha trovato un’occasione politica straordinaria: non solo indicare nomi affidabili per la Corte, ma consolidare una maggioranza capace di riscrivere parti rilevanti del diritto americano (Nyt).
L’immigrazione è uno dei campi in cui la nuova Corte ha dato più spazio all’amministrazione Trump. La decisione sul metering non elimina il diritto d’asilo, ma restringe il momento in cui quel diritto può essere attivato: finché una persona resta dall’altra parte del confine, anche se si presenta a un porto d’ingresso, non è ancora dentro la protezione procedurale prevista dalla legge americana. La distinzione è tecnica, ma produce effetti concreti: migliaia di richiedenti asilo possono essere costretti ad aspettare in Messico senza accedere subito al sistema statunitense.
Il caso rientra in una tendenza più ampia. Negli ultimi mesi, la Corte ha sostenuto più volte l’amministrazione Trump quando ha chiesto di sospendere decisioni dei tribunali inferiori che bloccavano deportazioni, misure di detenzione o politiche di controllo dell’immigrazione. Una parte rilevante di questo scontro è passata anche dal cosiddetto shadow docket: ordini d’urgenza, spesso brevi e non firmati, adottati senza l’intero percorso di udienze e motivazioni delle sentenze ordinarie (Guardian).
Per i critici, questo meccanismo permette al presidente di applicare politiche controverse prima che la loro legalità sia valutata in modo pieno. Per i sostenitori, evita che singoli giudici federali blocchino l’azione dell’esecutivo su materie considerate prerogativa del governo federale, come confini e sicurezza nazionale. In entrambi i casi, l’effetto è lo stesso: la Corte Suprema diventa il luogo in cui si decide non solo se una politica migratoria sia legale, ma anche quanto tempo l’amministrazione possa applicarla prima di un giudizio definitivo.
La Corte Suprema, però, non ha agito come un alleato automatico di Trump. Se sull’immigrazione ha spesso lasciato spazio all’amministrazione, sulla politica commerciale ha imposto un limite rilevante. La decisione che ha dichiarato illegali gran parte dei dazi del cosiddetto “Liberation Day” ha colpito uno degli strumenti centrali della dottrina economica trumpiana: usare le tariffe non solo per proteggere l’industria americana, ma come arma negoziale immediata contro alleati e rivali (The Conversation).
La Corte non ha respinto il protezionismo in quanto tale. Ha respinto l’idea che il presidente possa trasformare un potere d’emergenza in una delega quasi illimitata per riscrivere la politica commerciale americana. In materia di dazi, la Costituzione attribuisce al Congresso un ruolo decisivo. L’amministrazione può ancora cercare altre strade per imporre tariffe, ma dovrà ricorrere a strumenti più lenti, più circoscritti e più esposti al controllo legislativo.
Il contrasto con l’immigrazione è significativo. Sul confine, la maggioranza conservatrice tende a riconoscere un’ampia discrezionalità all’esecutivo, soprattutto quando il governo invoca sicurezza e controllo delle frontiere. Sui dazi, invece, la Corte ha richiamato la separazione dei poteri: tassare le importazioni significa incidere su consumatori, imprese, entrate federali e rapporti con gli altri Paesi, e non può dipendere soltanto dalla volontà del presidente.
La Corte Suprema è sempre stata parte della politica americana, anche quando si è presentata come istituzione al di sopra dello scontro tra partiti. La differenza è che oggi il suo ruolo appare più visibile e più polarizzato. Le sue decisioni incidono su temi che coincidono con le grandi priorità ideologiche dei due schieramenti: aborto, armi, religione, ambiente, regolazione federale, poteri presidenziali e immigrazione.
La maggioranza conservatrice respinge l’accusa di agire come un organo politico e rivendica un metodo fondato sul testo della Costituzione, sulla storia e sui precedenti. Ma il problema della legittimità resta. Il consenso pubblico verso la Corte è calato negli ultimi anni, complice una serie di sentenze molto divisive e le controversie etiche che hanno coinvolto alcuni giudici. La Corte ha adottato un codice di condotta, ma senza un vero meccanismo di enforcement, lasciando aperto il dibattito su trasparenza, conflitti d’interesse e responsabilità dei suoi membri (Politico).
Il paradosso è che la Corte è diventata più importante proprio mentre appare meno capace di presentarsi come un arbitro neutrale. In questa fase, non funziona come un alleato automatico di Trump: può sostenerlo sull’immigrazione e frenarlo sui dazi, può ampliare il potere esecutivo in alcuni ambiti e contenerlo in altri. Ma la maggioranza conservatrice ha creato un ambiente giuridico molto più favorevole a una lettura forte della presidenza, soprattutto quando sono in gioco frontiere, sicurezza e autorità amministrativa.

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