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A inizio aprile quattro astronauti della Nasa, tre statunitensi e un canadese, sono partiti per un viaggio di circa 400 mila chilometri e 10 giorni attorno alla Luna. La missione Artemis II ha infranto un nuovo record arrivando nel punto più lontano dalla Terra mai raggiunto da un essere umano ed effettuando il primo sorvolo con equipaggio del lato oscuro della Luna, perennemente in ombra. La missione si è conclusa con successo con l’ammaraggio della capsula Orion nell’oceano Pacifico (Guardian). Pochi giorni fa, la Cina ha lanciato la missione Shenzhou-23, che prevede per la prima volta la permanenza di un astronauta cinese in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale per un anno intero, un passo cruciale per raggiungere l'ambizioso obiettivo di Pechino di inviare esseri umani sulla Luna entro il 2030 (Reuters).
Perché a distanza di oltre 50 anni dall’ultima spedizione lunare nel 1972 si è riaccesa la competizione spaziale tra potenze, con al centro ancora una volta il satellite della Terra? Simbolo della grande sfida tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la Luna è tornata al centro della strategia spaziale globale. La nuova corsa, però, è diversa da quella della Guerra fredda. Innanzitutto perché sono cambiati i principali contendenti, almeno uno dei due. Perché gli interessi vanno ben oltre la mera esplorazione e ricerca scientifica. E soprattutto perché la posta in gioco è cambiata: allora bastava arrivare; oggi non conta chi arriva per primo, ma chi riesce a restare, costruire infrastrutture, stabilire regole e trasformare lo spazio cislunare, cioè lo spazio tra la Terra e la Luna, in un’estensione stabile e conveniente dell’attività economica, scientifica e militare terrestre (The Conversation).
Il ritorno sulla Luna non si spiega solo con la nostalgia delle missioni Apollo. Oggi la tecnologia è più matura, gli attori sono più numerosi e lo spazio non è più solo una questione di esplorazione. Comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra e sicurezza nazionale dipendono già da infrastrutture orbitali. Il passo successivo è estendere questa presenza alla regione cislunare, dove in futuro serviranno reti di comunicazione, sistemi di navigazione, depositi di carburante, basi scientifiche e mezzi logistici per missioni più lontane (Aerospace America).
La Luna è rimasta anche una piattaforma scientifica. La sua geologia conserva tracce della storia del sistema solare, mentre la superficie offre opportunità di ricerca difficili da replicare altrove. Ma il punto centrale è un altro: una presenza stabile sulla Luna può diventare il laboratorio operativo per imparare a vivere e lavorare oltre l’orbita terrestre (Csis).
La strategia americana passa da Artemis, il programma lunare dell'agenzia spaziale statunitense. Sulla Luna, infatti, la Nasa sta puntando tutto e investendo fondi e risorse ingenti. In questa strategia, la missione Artemis II costituisce un passaggio intermedio: riportare gli astronauti verso il satellite, senza però allunare. Artemis II ha permesso di testare Orion, i sistemi di supporto vitale e la capacità di operare oltre l’orbita bassa terrestre. Le prossime missioni del programma punteranno a tornare sulla superficie lunare e a costruire un insediamento permanente il prima possibile (Abc News).
Nei giorni scorsi, la Nasa ha svelato il suo piano da circa 20 miliardi di dollari in sette anni per sviluppare una base che consenta agli esseri umani di vivere sul satellite a lungo termine. Il piano prevede anche lo sviluppo di una nuova navicella spaziale per raggiungere Marte, ma la Luna è al centro della strategia. Nell'ambito di questa nuova strategia, la Nasa sta riconsiderando il piano in sviluppo da anni per la costruzione di Gateway, una stazione spaziale in orbita attorno alla Luna. Ora l’agenzia vuole spostare le risorse per costruire infrastrutture sulla superficie lunare, adattando alcuni elementi di Gateway per renderli utilizzabili per sostenere direttamente le operazioni sul suolo lunare. L’obiettivo dichiarato è passare da missioni isolate a una presenza duratura, con allunaggi più frequenti e il contributo di partner commerciali e internazionali (Bloomberg).
Se durante la prima corsa alla Luna il grande rivale degli Stati Uniti era l’Urss, oggi la competizione principale è tra Usa e Cina. Washington è partita prima, ma negli ultimi anni Pechino ha costruito il proprio programma lunare con gradualità e continuità: missioni robotiche, campioni raccolti e riportati sulla terra dalla faccia nascosta della Luna, ricognizioni al polo sud lunare, test per l’uso delle risorse locali. Il prossimo passo, come abbiamo visto, è una missione sulla Luna con astronauti entro il 2030. Ma l’obiettivo a lungo termine della Cina è molto più ambizioso e in diretta competizione con quello della Nasa: costruire l’International Lunar Research Station, una base di ricerca permanente sul suolo lunare che dovrebbe iniziare a prendere forma nella prossima decade.
La sfida tra le due maggiori potenze mondiali è anche una competizione tra due modelli contrapposti: da una parte quello centralizzato cinese, guidato dallo Stato e meno trasparente verso partner e concorrenti; dall’altro quello americano, che punta su coalizioni, aziende private e accordi multilaterali. Ma soprattutto, la sfida tra i due Paesi si gioca sull’influenza: chi sarà in grado di aggregare intorno a sé più partner potrà contribuire maggiormente a definire standard, protocolli e comportamenti accettabili sulla Luna. Ed è proprio a questo che punta Pechino. Non tanto a piantare simbolicamente la bandiera cinese a fianco a quella a stelle e strisce sul suolo lunare, ma la possibilità di riscrivere l’intera geopolitica lunare finora dominata dagli Usa (The Diplomat).
Anche l’Europa è coinvolta in questa nuova corsa alla Luna. Non avendo le risorse necessarie per sviluppare un programma lunare pienamente autonomo, almeno per ora, l’unico modo per non restare spettatrice è diventare un partner indispensabile nelle grandi architetture internazionali. Nel 2025, l’Agenzia spaziale europea ha stanziato un budget da 22,1 miliardi di euro per il successivo triennio per consolidare il proprio ruolo nella nuova competizione spaziale. Dentro questa strategia rientra anche Artemis: oltre a contribuire al programma con componenti tecnologiche e infrastrutture cruciali, astronauti tedeschi, francesi e italiani dovrebbero partecipare in futuro alle missioni lunari (Euronews).
Inoltre, l’Esa ha realizzato componenti chiave della capsula Orion, il veicolo con cui gli astronauti di Artemis hanno viaggiato verso la Luna. In particolare l’European Service Module, il modulo responsabile per fornire propulsione, energia, controllo termico e supporto vitale. L’Italia è già dentro questa architettura attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, Leonardo, Thales Alenia Space (joint venture italo-francese partecipata da Leonardo) e Telespazio. Leonardo ha prodotto i pannelli fotovoltaici che alimentano Orion e le unità di controllo e distribuzione della potenza di Orion; Thales Alenia Space ha partecipato a sottosistemi essenziali; Telespazio ha supportato il tracciamento della navicella dal Centro spaziale del Fucino e lavora al programma Moonlight dell’Esa per costruire una costellazione satellitare attorno alla Luna per fornire servizi di comunicazioni e navigazione (Fondazione Leonardo).
La nuova corsa alla Luna non è più gestita solo dagli Stati: sono sempre più le società private che hanno gettato il guanto nell’arena. La stessa Nasa sta cercando di passare da missioni governative a un ecosistema commerciale lunare, con aziende incaricate di sviluppare lander, trasporti, tecnologie di superficie e servizi. SpaceX e Blue Origin, ad esempio, sono tra i soggetti coinvolti nello sviluppo dei sistemi di allunaggio umano. Il coinvolgimento del settore privato offre dei vantaggi, velocità e riduzione dei costi in primis, ma comporta anche dei rischi: ritardi industriali, dipendenza da fornitori privati e necessità di coordinare interessi commerciali con obiettivi strategici nazionali. La posta in gioco è alta: la nascita della futura economia cislunare, fatta di logistica Terra-Luna, comunicazioni, navigazione, robotica, manifattura avanzata e servizi per missioni scientifiche e commerciali.
Il luogo più conteso in questa nuova corsa alla Luna è il polo sud del satellite. Nei crateri permanentemente in ombra, infatti, potrebbero esserci riserve di ghiaccio d’acqua. E l’acqua, nello spazio, può servire per il supporto vitale, ma può anche essere scomposta in ossigeno e idrogeno e diventare carburante. Per questo l’accesso alle aree più promettenti avrebbe un valore operativo, economico e simbolico enorme (New York Times).
C’è poi l’enorme tema delle applicazioni militari. La militarizzazione non va immaginata solo come armi sulla superficie lunare. Il tema più concreto è il carattere “dual use” (a doppio uso) delle infrastrutture: razzi pesanti, reti di comunicazione cislunari, sistemi di navigazione, capacità di sorveglianza e tracciamento possono avere applicazioni sia civili che militari. Nel caso cinese, riporta The Diplomat, alcune tecnologie del programma lunare sono osservate dagli analisti anche per la loro rilevanza strategica in questo ambito.
C’è anche un tema di potere geopolitico oltre l'orbita terrestre. Ovvero chi controllerà standard di comunicazione, interoperabilità, tracciamento degli oggetti e regole di comportamento nello spazio cislunare. Con le conseguenti ripercussioni economiche: chi domina lo spazio cislunare potrà ridurre l’incertezza per i propri partner e aumentare il costo politico e operativo per i concorrenti. In questo senso, scrive Aerospace America, Artemis non è solo un programma spaziale, ma è anche una piattaforma di soft power statunitense.
Infine, uno dei punti più sensibili è la dimensione giuridica. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 stabilisce che nessuno Stato possa rivendicare la sovranità sulla Luna o su altri corpi celesti. Questo quadro normativo, però, fu scritto prima dell’era dei satelliti commerciali, delle costellazioni private e dei progetti di estrazione di risorse lunari. Di conseguenza, applicarlo incontra diversi problemi operativi. La partita tra potenze, quindi, si gioca anche per aggiudicarsi la possibilità di decidere come trasformare i principi ancora generali del diritto spaziale in norme operative condivise.

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