


L’Unione europea ha ricominciato a parlare seriamente di allargamento nel momento in cui ha scoperto di non poterne più fare a meno. La guerra in Ucraina, la presenza russa nei Balcani, gli investimenti cinesi nelle infrastrutture e l’instabilità del vicinato hanno trasformato una politica rimasta per anni in fondo all’agenda in una questione di sicurezza. Ma proprio mentre Bruxelles prova ad accelerare, emerge il problema che per anni ha preferito rinviare: come può funzionare un’Unione a 33 o 35 membri se già oggi, a 27, basta un solo governo per bloccare dossier cruciali?
Oggi i candidati ufficiali all’ingresso nell’Ue sono nove: Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Moldova, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Turchia e Ucraina. A questi si aggiunge il Kosovo, considerato da Bruxelles un potenziale candidato. Il quadro è però molto disomogeneo: Montenegro e Albania sono i Paesi più avanti tra i Balcani occidentali, Ucraina e Moldova hanno accelerato dopo l’invasione russa del 2022, mentre i negoziati con la Turchia sono di fatto congelati e il percorso della Georgia si è complicato per l’evoluzione politica interna del Paese (Reuters).
Il percorso di adesione di Ucraina e Moldova è rimasto fermo per due anni a causa del veto ungherese, legato ai diritti della minoranza magiara in Transcarpazia. Solo l’accordo annunciato dal nuovo premier ungherese Péter Magyar con Kiev (Euronews) ha permesso ai 27 di avviare la preparazione dell’apertura formale del primo cluster dei negoziati, quello sui “fondamentali”: stato di diritto, giustizia, diritti fondamentali e istituzioni democratiche (Reuters). Il blocco si è sciolto, ma ha lasciato in evidenza la fragilità del meccanismo: l’allargamento è tornato urgente, mentre le regole dell’Unione restano pensate per un’Europa più piccola e meno esposta.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, lasciare Paesi come Ucraina, Moldova e Balcani occidentali in una condizione indefinita non appare più come una forma di prudenza, ma come un rischio strategico. Dove l’Ue rallenta, altri attori entrano. La Russia continua a esercitare influenza politica, mediatica e religiosa nei Balcani, soprattutto in Serbia e nella Republika Srpska bosniaca. La Cina ha rafforzato la propria presenza attraverso credito e infrastrutture. Gli Stati Uniti restano un attore decisivo, ma con una politica estera meno prevedibile e più legata alle oscillazioni interne di Washington (Il Sole 24 Ore).
Per Bruxelles, quindi, l’allargamento è uno strumento per ridurre le zone grigie del continente. I Balcani occidentali sono geograficamente circondati dall’Ue e già fortemente integrati con il suo mercato: l’Unione è il principale partner commerciale e investitore della regione, con scambi che nel 2025 hanno superato gli 87 miliardi di euro (Euronews). Ma l’integrazione economica non si è ancora trasformata in appartenenza politica.
Il Montenegro è oggi il candidato più vicino all’adesione. I negoziati con Podgorica sono aperti dal 2012. Ad aprile l’Ue ha istituito per la prima volta dopo 17 anni un gruppo di lavoro per preparare il trattato di adesione di un Paese candidato: un segnale che Bruxelles considera il Montenegro il possibile prossimo ingresso nell’Unione (Dw).
Anche l’Albania ha accelerato, ma il suo percorso mostra quanto l’allargamento resti legato alla capacità di applicare davvero le regole europee. La controversia sul grande progetto turistico sulla costa albanese legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump, intreccia tutela ambientale, diritti di proprietà, minoranza greca, trasparenza degli investimenti e credibilità delle riforme anticorruzione (Euractiv). Non basta recepire l’acquis comunitario - cioè la raccolta dei diritti e degli obblighi comuni che costituisce il corpo normativo dell'Unione -, ma bisogna dimostrare che le norme funzionano anche quando toccano interessi economici e politici forti.
Il ritorno dell’allargamento riapre una questione che l’Ue non può più evitare: il diritto di veto. Un’Unione più grande rischia di essere anche più vulnerabile alla paralisi, soprattutto nelle materie che richiedono ancora l’unanimità, come politica estera e fiscalità. Per questo a Bruxelles circola l’ipotesi di limitare temporaneamente il diritto di veto dei nuovi Stati membri in alcuni ambiti, almeno per i primi anni dopo l’ingresso (Guardian).
La proposta servirebbe a rassicurare i Paesi più scettici, in particolare Francia, Germania e Paesi Bassi, preoccupati che l’allargamento renda l’Ue ingestibile. Ma è anche una soluzione politicamente rischiosa. Per i Paesi candidati, dopo anni di riforme richieste in nome della piena appartenenza europea, potrebbe somigliare a una membership di serie B. Il Montenegro, proprio perché si considera vicino al traguardo, insiste sull’ingresso con tutti i diritti e le responsabilità degli altri Stati membri.
Allargarsi ha costi reali. L’ingresso dell’Ucraina avrebbe effetti rilevanti sul bilancio europeo, sulla politica agricola comune, sui fondi di coesione e sulla libera circolazione. Secondo le stime citate dal Sole 24 Ore, l’adesione della sola Ucraina potrebbe produrre per il bilancio europeo un costo netto tra 11,4 e 19,6 miliardi di euro l’anno, mentre un allargamento esteso a tutti i Paesi candidati potrebbe comportare una riduzione del 24% delle risorse della politica di coesione per 15 Stati membri. Anche i Balcani occidentali, pur pesando meno dal punto di vista economico, porterebbero dentro l’Ue fragilità istituzionali, tensioni regionali e sistemi politici ancora incompleti. Per questo Bruxelles insiste sempre di più su una formula rigida: nessuna riforma, nessuna risorsa. I benefici dell’integrazione graduale, dal mercato unico ai fondi di preadesione, saranno legati allo stato di diritto e alla capacità di attuare davvero le riforme.
Ma anche non allargarsi ha un costo. Lasciare Ucraina, Moldova e Balcani occidentali in attesa significa indebolire gli incentivi alle riforme, alimentare frustrazione e aprire spazio a potenze concorrenti (Guardian). La nuova politica di allargamento nasce da questo equilibrio difficile: evitare scorciatoie che importerebbero nuove fragilità dentro l’Ue, ma anche evitare che la promessa europea diventi così lontana da perdere credibilità.
L’allargamento non è vicino, né semplice. È però tornato a essere uno dei modi in cui l’Europa misura la propria capacità di agire. Da questa fase può uscire un’Unione più grande ma più fragile, più prudente ma meno influente, oppure capace di accettare rischi controllati per ridurre il peso delle proprie zone grigie.

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