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2026: l’anno che verrà

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di: redazione
9/1/2026
2026: l’anno che verrà2026: l’anno che verrà

Il 2026 non si presenta come un anno di svolta improvvisa, ma come un passaggio di consolidamento di molte traiettorie che potrebbero diventare irreversibili. Molte dinamiche già in corso entreranno in una fase più visibile, con effetti concreti su governi, mercati e società. Le tensioni geopolitiche, le trasformazioni tecnologiche e i nuovi equilibri economici continueranno a muoversi in parallelo. La sfida per capire l’anno che verrà, quindi, è riuscire a osservare meno gli eventi isolati e più le connessioni tra sistemi. Qui di seguito abbiamo messo insieme una guida per provare a tenere insieme i principali fronti da monitorare.

Quali saranno le grandi incognite geopolitiche?

Il quadro internazionale resterà frammentato. Secondo le analisi dell’Ispi e di Chatham House, il 2026 sarà segnato dalla persistenza di conflitti regionali irrisolti e da un sistema multilaterale sempre più debole. Stati Uniti e Cina continueranno a scontrarsi su commercio, tecnologia e sicurezza, mentre la Russia resterà un fattore di instabilità strutturale ai confini orientali dell’Europa. Il Medio Oriente e il Mar Rosso resteranno aree ad alta volatilità, con ricadute su energia e rotte commerciali. Più che nuove crisi, il rischio è la normalizzazione di uno stato di tensione permanente.

L’Economist mette in luce un particolare fattore di rischio e imprevedibilità per l’anno nuovo, così come lo è stato per l’anno appena concluso: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Fautore di un ritorno della logica di potenza e allergico all’ordine internazionale basato sulle regole, il tycoon è stato il principale fattore che ha influenzato gli equilibri globali nel 2025, e così continuerà a essere finché rimarrà alla Casa Bianca. La tempesta commerciale da lui causata nel primo anno del suo secondo mandato ha avuto, per ora, un impatto più contenuto del previsto, ma gli economisti continueranno a monitorare da vicino i prossimi sviluppi.

Non sorprende, quindi, che Trump sia stato l’autore del primo colpo di scena dell’anno. Il 2026, infatti, è iniziato con una mossa a sorpresa che ha preso in contropiede gli analisti e rovesciato i pronostici di un anno senza svolte improvvise: nella notte tra venerdì 2 e sabato 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e arrestato il presidente venezuelano Nicolás Maduro (Bbc). Dopo il blitz, Trump ha annunciato che Washington amministrerà il Venezuela nel periodo di transizione verso un nuovo governo e prenderà il controllo delle sue riserve di petrolio (Ap). Intanto Maduro, detenuto nel carcere di massima sicurezza Metropolitan Detention Center, è comparso in tribunale a New York, dove si è dichiarato innocente rispetto alle quattro imputazioni a suo carico, tra cui traffico di droga e di armi. Il processo è stato aggiornato al 17 marzo (Cnn).

Quali conflitti rischiano di intensificarsi?

Secondo il Council on Foreign Relations, il 2026 si apre con un livello di rischio globale elevato, il più alto dalla fine della Guerra fredda, con numerosi conflitti giudicati probabili e potenzialmente destabilizzanti. In più, il report individua più conflitti latenti che rischiano di sovrapporsi, aumentando la pressione sui meccanismi di prevenzione e gestione delle crisi. Tra le probabilità più alte ci sono l’intensificazione della guerra tra Russia e Ucraina, con attacchi sempre più estesi a infrastrutture e centri urbani, e il rischio di una nuova escalation tra Israele e i palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania, con possibili ricadute regionali.

Restano critici anche il conflitto in Sudan, indicato come uno dei più probabili nel 2026 per il rischio di atrocità di massa, e la possibilità di una crisi nello Stretto di Taiwan, qualora la pressione militare e politica della Cina dovesse aumentare. Il rapporto segnala anche il Libano, Haiti, lo Yemen, il Sahel e la Repubblica Democratica del Congo come fattori di instabilità crescente. E non esclude scenari a più alto impatto ma meno probabili, come scontri diretti tra Russia e Paesi Nato o una crisi militare nel Mar Cinese Meridionale.

Quali elezioni monitorare e perché contano davvero?

Il 2026 sarà uno degli anni elettorali più densi a livello globale. Negli Stati Uniti, le elezioni di midterm di novembre potrebbero ridisegnare gli equilibri di potere al Congresso. Secondo i modelli previsionali della London School of Economics, il partito del presidente rischia una perdita significativa di seggi alla Camera, con effetti diretti sulla capacità dell’amministrazione di portare avanti la propria agenda interna e internazionale. 

In Europa, spiccano le elezioni parlamentari in Ungheria ad aprile, decisive per misurare la tenuta del sistema politico costruito da Viktor Orbán, e quelle in Svezia a settembre, dove sicurezza, immigrazione ed energia saranno al centro del confronto politico. Nel Mediterraneo allargato, bisognerà prestare attenzione alle elezioni in Libano a maggio e in Israele a ottobre, entrambe potenzialmente rilevanti per gli equilibri regionali in un contesto ancora instabile (Financial Times).

Fuori dall’Occidente, il calendario include consultazioni cruciali in Bangladesh, Colombia, Etiopia, Armenia e Brasile, Paesi in cui le elezioni si intrecciano con transizioni istituzionali fragili, tensioni sociali o conflitti latenti. I risultati di queste urne potrebbero incidere su sicurezza regionale, flussi migratori ed energia. Molte di queste elezioni, infatti, non servono solo a scegliere governi “locali”, ma a ridefinire l’orientamento geopolitico dei singoli Stati e influenzare l’ordine internazionale (Council on Foreign Relations).

Che anno sarà per l’economia globale?

Le prospettive economiche per il 2026 indicano una crescita moderata ma diseguale e un’economia globale più stabile rispetto al biennio precedente, anche se ancora fragile. Secondo il Fondo monetario internazionale, la crescita mondiale dovrebbe attestarsi poco sopra il 3%, sostenuta soprattutto dagli Stati Uniti, mentre Europa e Cina continueranno a muoversi a ritmi più contenuti. Inoltre, il rallentamento dell’inflazione nei Paesi avanzati non equivarrà a un ritorno alla stabilità pre-pandemia: i tassi resteranno relativamente alti e il debito pubblico continuerà a pesare sulle scelte fiscali (Guardian).

La Cina rappresenterà ancora una volta un nodo centrale: la combinazione di domanda interna debole, crisi immobiliare e sovrapproduzione industriale, soprattutto nei settori green e tecnologici, rischia di accentuare le tensioni commerciali con Europa e Stati Uniti. Per l’Italia, il 2026 si inserisce in un ciclo di crescita debole ma più prevedibile, fortemente legato all’andamento europeo e alla domanda estera (La Stampa).

Quale sarà il ruolo dell’intelligenza artificiale?

Per l’Economist, nel 2026 l’intelligenza artificiale smetterà definitivamente di essere una novità e diventerà infrastruttura. L’attenzione si sposterà dalle promesse alle conseguenze: produttività, lavoro, potere di mercato, regolazione. Le grandi piattaforme consolideranno il vantaggio accumulato, mentre governi e aziende cercheranno di colmare il divario di competenze. 

Gli investimenti legati all’intelligenza artificiale continueranno a sostenere la crescita americana. Nel 2025 è stato scongiurato il pericolo che scoppiasse una bolla dell’AI, ma la corsa degli investimenti continuerà a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo e sul rischio di una correzione dei mercati finanziari. In Europa, invece, il tema non sarà tanto “se” regolamentare, quanto come rendere le regole compatibili con la competitività industriale.

Clima ed energia: cosa aspettarsi?

Il 2026 sarà un anno di verifica più che di annunci. Gli obiettivi climatici resteranno formalmente invariati, ma la distanza tra impegni e risultati sarà ancora ampia. Secondo le previsioni del think tank Chatham House, la transizione energetica procederà a velocità diverse: accelerata in alcuni Paesi, rallentata altrove da costi, consenso politico e tensioni geopolitiche. Per l’Europa e l’Italia, il nodo centrale resterà l’equilibrio tra sicurezza energetica e decarbonizzazione, in un contesto di prezzi più stabili rispetto al passato recente, ma strutturalmente più alti.

Società, lavoro e demografia: quali cambiamenti?

Nel 2026 emergeranno con più chiarezza alcuni trend già in atto e alcune trasformazioni sociali diventano strutturali. L’invecchiamento demografico continuerà a ridurre la popolazione in età lavorativa in molte economie avanzate, mentre i sistemi di welfare e pensionistici entreranno in una fase di crescente pressione finanziaria e politica. La sfida per governi e imprese non sarà gestire una singola crisi, ma adattare modelli sociali e occupazionali a un cambiamento ormai permanente.

Dopo il rallentamento del 2025, il 2026 si apre con un mercato del lavoro più fragile, soprattutto per i giovani, mentre la partecipazione resta penalizzata da fattori demografici e sanitari. L’intelligenza artificiale accelererà la riorganizzazione delle mansioni, che nei prossimi anni potrebbe coinvolgere fino al 60% dei posti di lavoro nei Paesi avanzati, con effetti diseguali tra settori e territori e il rischio di ampliare le disuguaglianze. Secondo l’Ispi e l’Economist, la combinazione tra automazione e carenza di manodopera qualificata spingerà molti Paesi a rivedere politiche migratorie e modelli occupazionali

Quali anniversari e ricorrenze contano nel 2026?

Il calendario del 2026 è ricco di anniversari storici e politici carichi dal punto di vista simbolico, che offriranno occasioni di riflessione e rilettura del passato, soprattutto in un contesto globale segnato da revisionismi e conflitti di memoria.

In Italia ricorrono gli 80 anni dalla nascita della Repubblica, un anniversario destinato ad alimentare il dibattito pubblico su istituzioni, democrazia e identità nazionale, in un contesto politico e sociale molto diverso da quello del secondo dopoguerra. Questo sarà anche l’anno delle Olimpiadi invernali in Italia: tra febbraio e marzo si terranno i Giochi di Milano-Cortina.

A livello internazionale, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, una ricorrenza che cadrà in piena stagione elettorale e che promette di essere fortemente politicizzata, riflettendo le divisioni profonde che attraversano il Paese. Il 2026 segnerà anche i 25 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, un passaggio simbolico che riporterà al centro il tema dell’eredità della “guerra al terrorismo”, delle trasformazioni della sicurezza globale e del rapporto tra libertà civili e controllo statale, in un mondo segnato da nuove forme di conflitto e instabilità.

Ci saranno anche alcuni anniversari legati alla storia recente, come i 40 anni dal disastro di Chernobyl, che riaprirà il dibattito su nucleare, sicurezza energetica e gestione del rischio tecnologico (Sky TG24).

Chiediamolo all’AI: cosa prevede per il 2026?

Euronews ha analizzato diverse simulazioni basate su modelli di intelligenza artificiale. I sistemi convergono sull’idea che la guerra in Ucraina proseguirà senza un accordo di pace strutturale: la probabilità di una soluzione duratura entro il 2026 è stimata sotto il 20%, con un progressivo spostamento del conflitto verso cyberwarfare, disinformazione e guerra elettronica. In ambito tecnologico e sociale, i modelli indicano il 2026 come l’anno del consolidamento dell’AI nella vita quotidiana: assistenti digitali più autonomi, maggiore automazione dei processi e un uso sempre più esteso della medicina personalizzata, in particolare in oncologia. 

Gli stessi algoritmi, però, avvertono sul proprio limite strutturale: le previsioni dell’AI tendono a riflettere bias impliciti nei dati e nel contesto delle domande, perciò gli scenari andrebbero usati come strumenti di orientamento più che di previsione affidabile. E infatti le previsioni di un piano geopolitico caratterizzato dalla continuità piuttosto che da rotture improvvise è stato smentito appena tre giorni dopo l’inizio dell’anno. In particolare, l’AI aveva previsto un approccio più pragmatico nei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela, spinto dalla necessità di stabilizzare i mercati petroliferi globali, anche a costo di un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Invece, come abbiamo visto, il 3 gennaio è iniziato con un blitz militare statunitense sul Venezuela che ha portato all'arresto del suo leader.

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